domenica 23 giugno 2019

Sconclusionato odio domenicale


Sto pezzo non ha capo né coda ma oh, m'annoio.

Domenica mattina, pasticceria veneta, ore 8. Sto per andare a lavoro, un lavoro che mi fa pure cacare, e ribadisco l’esser domenica. Il mio umore, già in partenza, non è dei migliori. Le paste, ovviamente, nemmeno. Ho pure dormito poco perché la gioventù del luogo non ha niente di meglio da fare che ritrovarsi in un parcheggio, davanti a casa mia, ad urlare. Ma drogatevi come tutti e non scassate.
La barista, la donna col più alto connubio di puzza sotto al naso e lentezza mai fatto registrare in tutto il mondo occidentale, batte ogni record precedente mettendoci tredici minuti (13) per farmi un caffè. Un caffè. Di Merda. Per 1,10€. In Tredici (tre-di-ci) minuti.
Così ho tutto il tempo di ascoltare le conversazioni delle persone intorno a me. In realtà cerco di evitarlo, anche perché il dialetto di queste persone è terrificante, ma non ci riesco e le loro parole mi entrano nelle orecchie.
La prima cosa che noto è che c’è pieno di donne. Perché sono già in piedi? Perché costringono in piedi pure i loro figli adolescenti? Cazzo, hanno appena finito la scuola, fateli dormire. Poi capisco: tra mezz’ora c’è la messa. Due vecchiette che sicuramente stanno preparandosi per il grande evento parlano del “coraggio” avuto da una famiglia vicina, che ha adottato un ragazzino negro. Bravi eh, hanno fatto bene, però non puoi mai sapere come ti va con “quelli”, perché ce l’hanno nel dna d’essere delinquenti.
Dietro di me, un tizio con la pancia grande il doppio di Galeazzi (avete capito bene: non più grande della pancia di Galeazzi, ma grande due volte Bisteccone stesso) sta spiegando ad un altro come evadere l’Iva assicurando la macchina con targa slovena. “Sì, hanno modificato la legge, han fatto finta di dare una stretta, ma se sai come fare li freghi lo stesso”.
Ecco, il Veneto è tutto qui. Cattolicesimo feroce e persone infide. Allora ho pensato di fare l’identikit del perfetto veneto.
Anzitutto, vota Lega. Perché prima gli italiani. Cioè, per lui l’Italia andrebbe abolita, lui ancora vuole la secessione, s’è speso in prima persona per il referendum sull’autonomia, ma se proprio non ci possiamo liberare dai terroni almeno che ci levino di torno i negri. Possiede un’azienda agricola, tramandata da generazioni e gestita ancora con logiche da latifondo, dove non lavora nemmeno un italiano. “Perché non hanno voglia di fare un cazzo”. Ma non erano i migliori, ma non bisogna preservare la razza? Certo, è infatti per questo motivo che non assumono italiani a 2 euro l’ora e li fanno dormire nelle stalle. Per non maltrattarli. Invece i negri sono peggio delle bestie, li trattano anche troppo bene. Adesso questo simpatico proprietario terriero, sostenitore dell’esistenza di una lingua veneta, proprietario di due fondi in isola a Venezia affittati a cinesi, ce l’ha a morte coi Cinque Stelle (che pure ha votato, quando s’è scoperto lo scandalo dei soldi rubati e l’allora Lega Nord era scesa al 4%), perché impediscono al Capitano di fare la flat tax. Perché tutti i soldi che risparmia schiavizzando dei disperati non gli bastano, vuole pagare meno tasse. Provate a spiegargli che è colpa della gente come lui se ne paghiamo troppe e correrà in casa a prendere il fucile.
La moglie di questo pacato e colto signore è casalinga, ma fa di tutto per tenersi impegnata. I suoi hobby preferiti sono recarsi alle poste e dal dottore negli unici orari in cui puoi andarci tu. Odia visceralmente tutti quelli nati oltre 10 km dal confine dello Stato (padano), molto più forte di quanto faccia il marito. Perché Egli sta tutto il giorno nel campo, a frustare gli operai, è dall’età di sei anni che non vede altro che lavoro e profitto, profitto e lavoro, e sì odia i “diversi” ma spesso lo fa più per sport, per tradizione culturale, che per sentimento autentico. Un po’ come tutti quei vecchi toscani che votavano Pci solo perché si trovavano al circolino Arci a giocare a tressette, ma poi s’è scoperto che erano i peggio fascisti di tutti. La pulizia etnica che m’ispirate, cazzo.


PS: da quanto è sparito Nord, non vi sembra che il nome Lega sia infinitamente ridicolo? Lega di che, di cosa? Lega. Cazzo vuol dire. Niente, come quello che rappresenta.

giovedì 6 giugno 2019

La morte di Carlo Giuliani e le capriole della memoria.


Avevo dieci anni, il 20 luglio 2001. Avevo dieci anni quando ho capito da che parte stare. Quando ho visto i signori in divisa, le forze dell’ordine, quelli che ci dovrebbero proteggere, ammazzare un ragazzo. E fare una mattanza alla Diaz.
Diciotto anni fa eravate contenti che avessero ammazzato Carlo Giuliani. Me li ricordo i vostri commenti. Se l’era meritato, la zecca comunista, e poi aveva un estintore in mano. Avete prima provato ad incolpare i manifestanti, poi siete riusciti a far passare da martire quell’assassino in divisa. Impunito come da copione.
Eppure Carlo Giuliani è stato ammazzato mentre difendeva (in modo, ok, discutibile) le stesse cose che adesso volete voi. Voi che avete brindato alla sua morte, deriso la vita di un ragazzo di vent’anni la cui colpa era avere delle idee. Vi rinfresco un po’ la memoria, giacché con le ultime elezioni avete dato prova di averne bisogno. Cosa dicevano i no global? Quei puciosi di merda sostenevano che il libero mercato avrebbe ucciso la piccola e media impresa italiana; che un Paese che si reggeva sull’unicità e sulla diversità si sarebbe schiantato contro i giganti multinazionali; che il ceto medio sarebbe stato schiacciato dalle logiche di potere; che i ricchi sarebbero diventati più ricchi e i poveri più poveri; che gli organismi di decisione e controllo sovranazionali avrebbero fatto tutto, meno i nostri interessi
Cosa dice adesso il vostro Capitano? Le stesse identiche cose. Eh ma lui le dice bene. Eh ma per me, cari voi che avete esultato per la morte di Carlo, meritereste la stessa fine. Un colpo di pistola in fronte e tanti saluti.

sabato 1 giugno 2019

Nessun futuro senza cultura


Scheletri di capannoni, rifiuti tossici, edifici fatiscenti che diventano riparo per disperati. Questo è quel che ci resta del capitalismo. Questo è quello che significa produrre: lasciare rifiuti alla storia. Ferite all’ambiente e al paesaggio in cambio di effimera ricchezza per pochi, di reale e cruda schiavitù per molti.
Una differenza che si acuisce quando l’industria, inevitabilmente, chiude i battenti. Ai ricchi padroni resta un lauto conto in banca, in alcuni casi con annessa fuga in paradiso fiscale, ai poveri dipendenti la disoccupazione ed un bell’ecomostro vicino casa. E scrivo mentre suonano le sirene per l’allertamento della popolazione, visto che qui a Marghera c’è un serbatoio di ammoniaca interrato che, se scoppia, ci scioglie tutti fino a Padova. Grazie, capitalismo.
Certo, mica possiamo tornare al feudalesimo, un tessuto industriale è necessario per il futuro del Paese: talmente necessario che è in crisi da trent’anni e ve ne rendete conto soltanto adesso. Basta con questa barzelletta della crisi iniziata nel 2008, quella è la data simbolo dell’esplosione di un problema strisciante, radicato nel profondo della società. Un problema partito dalla fine degli anni Ottanta.
Perché il nostro Paese è rimasto indietro, perché ha perso competitività? Perché abbiamo lasciato che fossero gli industriali e i commercianti a decidere. Gli abbiamo permesso di delocalizzare le fabbriche e mandare la gente a casa, gli abbiamo abbassato le tasse credendo che avrebbero investito in innovazione, abbiamo distrutto ogni tipo di tutela contrattuale dei lavoratori, abbiamo fatto condoni su condoni, fiscali ed edilizi. Consentite ad un industriale di guadagnare di più e lui giustamente spenderà più soldi in puttane e cocaina, per gli investimenti sul futuro andavano obbligati. Obbligati, cristo santo.
E la differenza è tutta qui: cosa ci resta? Cosa resterà tra cinquant’anni, sui libri di storia, della Mercatone Uno, della de Tomaso, della Mivar? Niente. Solo capannoni fatiscenti e tutta una lunga serie di torti e delusioni. Costruite le fabbriche, arricchitevi trent’anni e avvelenateci per trecento.
Forse sarebbe meglio costruire le scuole. Una fabbrica di televisioni dura il tempo di un battito di ciglia, una scuola che insegna come produrle e progettarle crea una generazione di persone consapevoli e competenti. Se l’Italia, nonostante la crisi trentennale, ancora oggi rimane uno dei posti migliori del mondo in cui vivere, lo deve all’egemonia culturale che ha esercitato per secoli sul mondo intero. Dopo settecento anni ancora si devono inchinare tutti di fronte ai grandi poeti del Trecento, e lasciamo stare il Rinascimento o facciamo notte. L’arte e la cultura producono ricchezza, una ricchezza immortale, destinata a rimanere nella storia, una ricchezza che migliora le sorti di tutti, una ricchezza sana, non inquinante, che anzi serve da esempio per le generazioni future. L’arte e la cultura hanno consentito all’Italia di acquisire prestigio e potere, ecco perché adesso è veramente spaventosa questa esaltazione dell’ignoranza.
Dopo aver distrutto il tessuto industriale adesso andiamo all’attacco dell’unico settore sano e funzionante di questo Paese. Cioè, l’attacco è cominciato tanto tempo fa, dopotutto i nostri investimenti nel settore sono ridicoli se paragonati con quelli del mondo occidentale, ma partivamo talmente avvantaggiati che ci siamo permessi, per lungo tempo, di non rendercene conto. Ma il dramma potrebbe non essere soltanto economico: in un Paese che non ha identità nazionale, nato per coercizione di un gruppo di notabili, da subito diviso tra un Nord produttivo ed un Sud da sfruttare, l’unico sentimento unitario è l’orgoglio delle cose passate. Uccidiamo anche questo, e poi davvero potremmo diventare un unico grande parcheggio.