Volevo iniziare parlando di una
caffetteria. Mi sono svegliato e ho immaginato di parlare a un cane. Un
cane che se ne stava andando. Non so perché una caffetteria, mi piace il
caffè, ma non perché io bevo molti caffè. Ho pensato di trovarmi in
questo locale, non ho avuto fretta di chiarire a me stesso se esserne il
padrone o uno dei clienti seduti al tavolino. Forse perché non aveva
importanza. Quello che mi viene in mente è solo un grido, forse una
richiesta di aiuto. Quel dire, guardate, sono qui, ho creato questo
posto affinché possiate trovarmi e venire da me. So per certo che un
invito così non è mai gradito, non è così che si fanno avanti le
persone. Inoltre ho il sospetto di non saper chi chiamare, non sapevo a
chi rivolgermi. E se fosse stata una donna allora è certo fosse una
donna qualsiasi. Quanto di più sincero si trovava in me è quanto più di
sbagliato io mi trovo a dover ammettere e prendere per vero. Non c’era
nessuno. Nemmeno il cane. Non aprirò mai una caffetteria perché non
ho il denaro. E sinceramente, a parte essere diventato, si può dire, uno
scrittore, non credo di poter avere altri grandi successi o ambizioni.
Un po’ per l’età, ma questa è una scusa che non tiene. Un po’ per errore
del prima e dei dopo che non sarò certo io a capire. A poterne assumere
la prova. Dunque sono tutto quello che sarei potuto diventare.
Comunque, non è per questo che stavo pensando a una caffetteria. Il
sottotitolo potrebbe essere l’amore. Ciò che vivo, malgrado la
solitudine, ben sapendo di essere un uomo di nessuno.
martedì 24 novembre 2020
L'uomo di nessuno
mercoledì 4 novembre 2020
Aspettando una stella cadente
Niccolò Ferri
Che bello, dicevi
che bei disegni. Perdonami
In fondo, è solo la mia mano che trema
è la mia mano
quante volte dovrò fare l'alba, ancora
domani e poi domani
e sette altri orizzonti, sempre
vaghi nel colore delle albe per sbaglio
profughi di un altro tradire non corrisposto.
Nel mio torrente infame
galleggiano tra le onde e l'alba
i pescatori di fame e rimproveri
e nel brusio delle altre solitudini
gli altrui disegni e le rabbie da poco
sono lanterne e suoni di campane.
Antichi, sospirati lupi di mare
che additano il porto e l'orizzonte
alle osterie di sottocoperta
Non c'è mai abbastanza rosso
nelle mie poesie
Gli specchi
raccontavano i tradimenti concentrici
ai figli della nostra mala pietà. Noialtri
guardavamo il Cigno passare
si fa per dire, la graziosa agonia
come smemoratezza battesimale
nel frondoso fatalismo dell'arte per forza.
Eppure
la vaga rondine di primavera
imprecava che il momento non era ancora
e che la fine non si sapeva
Col cielo innanzi
la rapsodia dei nostri notturni
parve una novella per bambini
un'amicizia dei piedi e delle mani
o una ninnananna di campo
O forse era soltanto un modo diverso
per non sapere niente