mercoledì 23 dicembre 2020

AmarArt #1: Siamo senza parole - Atacama

Esordio col botto per la prima rubrica dell'Amaraccio. Con cadenza mensile troverete recensioni di opere e/o artisti della zona. Dato che ho intenzione di parlare solo di cose e persone che conosco, e che non sono un critico, AmarArt rischia di diventare una sorta di consigli per gli acquisti ad alto tasso di autocompiacimento. Ma per questa prima uscita è andata parecchio bene.


Buon per Anna, vorrei anch'io che mi dedicassero un album; specie se è venuto parecchio bene. La prima fatica di Federico Bartoli e Giulio Breschi risulterà per molti una piacevole sorpresa.

Un disco coraggioso, orgogliosamente controcorrente; in quest'epoca di suoni sempre più sintetici gli Atacama se ne escono con un lavoro tutto “suonato davvero”, dove sono gli strumenti a tornare protagonisti. Anche perché, come s'intuisce già dal titolo, stiamo parlando (quasi esclusivamente) di musica strumentale.

“Siamo senza parole” si apre con una cover di Lucio Dalla, da una parte omaggio all'artista e dall'altra subito una chiara dichiarazione d'intenti: quello che state per ascoltare è un disco con una sua personalità ben definita, realizzato con cura e professionalità. Sebbene rimasti orfani del chitarrista e fondatore Sfasci proprio in vista delle registrazioni, gli Atacama sfuggono alla più facile delle tentazioni per chi incide un album strumentale: comporre brani del tutto differenti tra loro, per sfuggire dalla paura di annoiare. Bartoli e Breschi invece rendono riconoscibile il loro sound dall'inizio alla fine, nonostante l'impostazione “collettiva” che hanno deciso di dare all'album. Infatti, per rimpiazzare il chitarrista, si sono affidati a mani differenti in ogni pezzo. Scelta che, alla fine, si rivela quella giusta.

Perché già dalla seconda traccia si comincia a delineare il carattere di “Siamo senza parole”, l'idea di fondo con cui i due hanno costruito il loro percorso musicale. Non starò a perdermi in tecnicismi o citazioni che non mi competono, ma procedendo con l'ascolto alcune peculiarità risultano evidenti.

Anzitutto, siamo di fronte a un disco genuino. Ora, questo è di solito l'aggettivo che si riserva ad un lavoro artigianale fatto da amici. Niente di più sbagliato: siamo di fronte ad un album ben registrato e ben missato. Quello che invece si apprezza, si percepisce, è l'energia dei musicisti, un sound che nasce da un'esigenza personale, da una voglia interiore, che non si piega a logiche di compiacimento o moda; si riesce a sentire il divertimento, e probabilmente anche la fatica, del duo pistoiese, se ne viene trascinati da una traccia all'altra. Molto adatto ai viaggi in macchina a velocità allegre.

È verso la metà dell'album, in quella “Bramo Cireglio” che sfugge all'impostazione da power trio per proporci anche fiati e percussioni, con un andamento da mini suite, che “Siamo senza parole” acquista ancora più corpo: siamo di fronte ad un esordio sorprendente.

Bartoli e Breschi di sicuro, tra le loro influenze, hanno anche gli Steely Dan, ed è così che me li immagino durante l'ascolto. Due MC del ritmo, due costruttori di groove su cui condurre ottimi musicisti, per creare un lavoro sì ampio ma con un'impronta assolutamente riconoscibile, sia che si tratti della delicata “Orizzonti Verticali”, quasi una rock ballad muta, sia che si tratti di lasciarsi condurre alle porte del metal dal Menstruophagist Andrea Pierozzi in “Bagliore”. Per tutto il disco però, nei momenti più duri come in quelli più vicini al fusion o al funky, l'impostazione dei due Atacama è precisa e presente.

Per chiudere, le rime del rapper Davide Calandra sono la sorpresa finale di un ottimo album, spero un punto di partenza per gli Atacama, un biglietto da visita con cui attrarre ingaggi e musicisti di livello per le loro collaborazioni.

Molto curata anche la questione “fisica” del disco, con le fantastiche trascrizioni onomatopeiche delle canzoni.

 

Giudizio finale: non ascolto altro da dieci giorni. ACCATTATEVELO SUBBITO!

martedì 24 novembre 2020

L'uomo di nessuno

Giulio Paci
 
Potrei dire che tu c’eri
E che ci sei sempre stata,
È così che ho scoperto di essere
Solo una verità richiesta

Volevo iniziare parlando di una caffetteria. Mi sono svegliato e ho immaginato di parlare a un cane. Un cane che se ne stava andando. Non so perché una caffetteria, mi piace il caffè, ma non perché io bevo molti caffè. Ho pensato di trovarmi in questo locale, non ho avuto fretta di chiarire a me stesso se esserne il padrone o uno dei clienti seduti al tavolino. Forse perché non aveva importanza. Quello che mi viene in mente è solo un grido, forse una richiesta di aiuto. Quel dire, guardate, sono qui, ho creato questo posto affinché possiate trovarmi e venire da me. So per certo che un invito così non è mai gradito, non è così che si fanno avanti le persone. Inoltre ho il sospetto di non saper chi chiamare, non sapevo a chi rivolgermi. E se fosse stata una donna allora è certo fosse una donna qualsiasi. Quanto di più sincero si trovava in me è quanto più di sbagliato io mi trovo a dover ammettere e prendere per vero. Non c’era nessuno. Nemmeno il cane. Non aprirò mai una caffetteria perché non ho il denaro. E sinceramente, a parte essere diventato, si può dire, uno scrittore, non credo di poter avere altri grandi successi o ambizioni. Un po’ per l’età, ma questa è una scusa che non tiene. Un po’ per errore del prima e dei dopo che non sarò certo io a capire. A poterne assumere la prova. Dunque sono tutto quello che sarei potuto diventare. Comunque, non è per questo che stavo pensando a una caffetteria. Il sottotitolo potrebbe essere l’amore. Ciò che vivo, malgrado la solitudine, ben sapendo di essere un uomo di nessuno.

mercoledì 4 novembre 2020

Aspettando una stella cadente

 

Niccolò Ferri

 

Che bello, dicevi

che bei disegni. Perdonami

In fondo, è solo la mia mano che trema

è la mia mano

quante volte dovrò fare l'alba, ancora

domani e poi domani

e sette altri orizzonti, sempre

vaghi nel colore delle albe per sbaglio

profughi di un altro tradire non corrisposto.

Nel mio torrente infame

galleggiano tra le onde e l'alba

i pescatori di fame e rimproveri

e nel brusio delle altre solitudini

gli altrui disegni e le rabbie da poco

sono lanterne e suoni di campane.

Antichi, sospirati lupi di mare

che additano il porto e l'orizzonte

alle osterie di sottocoperta


Non c'è mai abbastanza rosso

nelle mie poesie


Gli specchi

raccontavano i tradimenti concentrici

ai figli della nostra mala pietà. Noialtri

guardavamo il Cigno passare

si fa per dire, la graziosa agonia

come smemoratezza battesimale

nel frondoso fatalismo dell'arte per forza.

Eppure

la vaga rondine di primavera

imprecava che il momento non era ancora

e che la fine non si sapeva

Col cielo innanzi

la rapsodia dei nostri notturni

parve una novella per bambini

un'amicizia dei piedi e delle mani

o una ninnananna di campo

O forse era soltanto un modo diverso

per non sapere niente

lunedì 28 settembre 2020

C'è un manto lungo di paura

 

 Rey Kalaria

C'è un manto lungo di paura

che dell'uomo, sin dall'alba se ne cura

Ho visto uno

non lo guarda

davanti agli altri se ne vanta

Il manto, gonfio d'orgoglio

s'indurisce, diventa scoglio

ad ogni onda si consuma

Davanti il mare

dentro spuma

“Allora è questo” disse l'uomo

“l'orgoglio a cui giravo intorno”

Sì, son io, sentì rispondere

che t'aspettavi, ali di rondine?

Come neve sugli alberi

sulla pelle io ti peso

Non do coraggio, ma un punto fermo

Vieni con me, seguimi dietro

Danzeremo in cerchio fino all'inferno

martedì 15 settembre 2020

Per tutto quello che dovrei dire non mi basterebbero gli anni per farmi capire

 Francesco Chironi

Per tutti quelli a cui dovrei parlare non mi basterebbero le parole il tempo e l’amore

Potrei sentirmi importante e continuare per ore a raccontare cos’è che mi porta dolore, ma finisco sempre a parlare a un signore che quieto sente il malore come una condizione normale. Saprei scegliere le parole, ma mi manca il colore per disegnare un quadro della situazione generale, ma grazie alle canzoni che sto ad ascoltare riesco per un poco a sentirmi un ladro, a non sentirmi banale. Che poi un po’ banale lo sono lo stesso, qui seduto sul letto a guardare il soffitto, con la buia speranza di trovare il perdono che dovrei dare da anni a me stesso, ma continuo perplesso a guardare al di là della mia situazione attuale. Come un rito da cui non si fugge mi avvito al mio mito, che forte mi regge, e ne faccio una legge che diventa ancestrale, come se la redenzione che voglio perpetuare mi salvi da pensieri che non riesco a placare. Ti fai troppi problemi..” sento urlare da lontano, ma non capisco la fonte, aspetto di capire quella voce da villano cosa intende dire ma ascolto il silenzio come in vetta a un monte. “Non sprecare il tuo potenziale” è la frase ignorante che mi accompagna da quando ero un infante, infatti potrei diventare un ottimo fante a servizio del re che non riconosco, cercando da me la strada che sta dentro a sto bosco senza guide cartine o suggerimenti, per questo molto spesso mi chiedo che ti aspetti? Un tappeto rosso, luci e cospetti? È una scelta che ho fatto, non troppo cosciente quando venne a mancare quel poco di tatto che sarebbe servito a pensare al presente, e non ritrovarmi col passare degli anni a combattere mostri e a riparare danni. Ma quel che è successo ormai è successo, non posso cambiare il tempo pregresso, non posso slegare un groviglio contorto che appresso mi porto da tutta la vita, posso chiederti solo quando sarà finita se poteva esserci un modo diverso, se poteva esserci una via d’uscita e non un circolo vizioso perverso.

 


sabato 12 settembre 2020

Il fascista del 2020

 Marco Landucci

Chi è, dunque, un fascista? Che cos'è, oggi, il fascismo? Mi accusano spesso di essere un estremista e di usare questi termini a sproposito; metto subito le mani avanti: anch'io, a volte, sono fascista; lo siamo un po' tutti, ed è il motivo principale per cui, a distanza di un secolo, dei cento anni più “veloci” della storia dell'uomo, il fascismo continua a trovare terreno fertile.

Quand'ero piccolo costringevo mio padre a mettere a ripetizione, in auto, “le sorti de un pianeta” dei Pitura Freska; vi risparmio il veneziano, ma in sostanza la canzone insiste su due principi: la vita è un diritto e ogni vita va rispettata. OGNI vita, “che venga da una reggia o che venga dalla strada”: ecco perché, nella vicenda dell'omicidio di Willy, i più fascisti son quelli che insistono sul fatto che fosse un bravo ragazzo, perfettamente integrato nella nostra società. No, nossignori, anche fosse stato un gran pezzo di merda la sostanza non cambia: ogni vita va rispettata. Anche, udite udite, quella di Benito Mussolini: come ebbe a dire Sandro Pertini, Piazzale Loreto fu un errore di cui pentirsi per tutta la vita, e l'unico modo di riparare sarebbe stato di renderlo un monito per le generazioni a venire (suggeriva di mettere la foto del Duce appeso accanto a quella dei Presidenti, negli uffici e nelle scuole).

Proprio il Presidente socialista mi porta alla caratteristica “simpatica” dei fascisti: il loro modo di pensare, tanto dogmatico quanto volubile e incoerente. Hanno il mito della Gioventù Italica, e venerano l'uomo che ha mandato a morire il più alto numero dei “nostri ragazzi” della storia, ben consapevole che sarebbe andata così. Roba da inchiodare il cervello. Ma voglio parlare dei fascisti di oggi, di quelli che si rallegravano per l'omicidio di Carlo Giuliani, per il massacro della Diaz (sì, ci torno spesso, il G8 di Genova ha segnato profondamente la mia infanzia e la mia visione etica e politica) e adesso votano Salvini: andava bene pestare i No-Global, adesso si battono contro il mercato, vogliono i dazi e l'uscita dall'Euro.

Qui possiamo individuare le due peculiarità fondamentali del fascismo: opportunismo e violenza. Chiunque avalli comportamenti violenti è fascista. Chiunque pensi che sia giusto possedere armi per la difesa personale, ancor di più chi è favore della pena di morte o, in generale, dell'uso della violenza da parte delle forze dell'ordine. Praticamente si dichiarano a favore della disciplina e poi consentono ai rappresentanti dello Stato di fare il cazzo che gli pare usando quegli strumenti che dovrebbero, appunto, essere garanti di giustizia e legalità. Stupendo.

L'opportunismo però è ancora più fascista, perché più subdolo, più difficile da individuare. Riprendiamo il Mattew verdevestito, prima comunista padano, secessionista che cantava “Vesuvio lavali col fuoco”, oggi grande statista che fa i manifesti “Prima la Campania”. Ci sono idee dietro a questo? Ovviamente no, solo la brama di potere.

Messa in questi termini viene naturale chiedersi come tantissime persone, purtroppo sempre più, possano essere attirate da un sistema di potere che non si fa scrupolo di usare metodi meschini, e per giunta in modo palese, per crescere. Facile: con la paura. Paura del diverso, della novità, che siano i terroni, i negri, i froci, i fricchettoni... non importa, basta che la gente si senta minacciata. E l'evoluzione della Lega (senza più Nord) ne è il paradigma perfetto: se prima erano i Meridionali il grande pericolo, adesso che al Sud sbarcano gli africani si possono attirare anche loro dentro il sistema. Perché niente fa più paura della miseria e del rischio di perdere quel che abbiamo a causa di un nemico esterno; siamo tutti impegnati non a guardare oltre la siepe, ma a difendere il nostro giardino. Ma il bluff si scopre subito: il fascismo ha bisogno della miseria, e quindi farà di tutto per alimentarla. Salvini che non ha fatto niente per risolvere il problema dell'immigrazione è di nuovo l'esempio perfetto.

Perché il fascismo era, ed è, uno dei tanti sistemi, uno dei più efficaci, con cui “la Kasta” cerca di mantenere i propri privilegi. Il fascista si assoggetta alla morale comune, dettata ovviamente dai potenti (scusate l'abuso di termini da grillino, maledetti loro che se ne sono appropriati, ma è risaputo che la storia la scrivono i vincitori) e cambia pelle a seconda delle esigenze del momento. Per questo, come diceva lucidamente Pannella, nessuno è più fascista dei democristiani; il fascismo, morto Mussolini, ha proseguito a regnare, sia con la Dc, sia con la ridicola sinistra che ha svenduto il patrimonio statale a poche famiglie di industriali (esiste qualcosa di più fascista?); in un certo qual modo, più personalistico, anche con Berlusconi.

Senza dubbio i Cinque Stelle cercano in ogni modo di governare in maniera fascista (e quindi, sia chiaro, anche il Pd): basti vedere come sono disposti alla qualunque pur di rimanere in sella. Sia dal punto di vista politico, stravolgendo l'alleanza di Governo e tutti i loro principi fondanti (con l'ultima ridicola perla del Mandato Zero), sia da quello morale, continuando a sacrificare i morti in mare sull'altare del consenso. Eppure perdono terreno: non sono abbastanza bravi a fare paura, non sono ancora dei veri fascisti. Hanno dato un approccio troppo paternalistico alla miseria: il Reddito di Cittadinanza (lasciamo perdere le considerazioni sulla sua efficacia) ha l'evidente fine dell'immobilismo, anzi dell'impoverimento sociale (condizione perfetta per il proliferare del fascismo, come purtroppo s'incomincia a vedere), ma passa per una concessione da pappemolli incapaci (cioè, da quel che realmente sono), non per la mano santa di un Duce che vuol bene al suo popolo. Per questo possiamo stare ancora abbastanza tranquilli, certo sti fascisti aumentano ma ancora non ci sanno fare, come ebbe a dire Villaggio a Borghezio i leghisti vorrebbero tanto essere dei nazisti ma sono soltanto degli incapaci. Tocca però stare attenti e non avere paura di esporsi: riconoscere il fascista nel disonesto, in chi sfrutta una posizione di potere per raccomandare o intascare soldi, nei violenti di ogni genere, in chi discrimina, in chi rifiuta la novità, in chi trova sempre un nemico esterno per giustificare i propri problemi e le proprie debolezze. In sostanza, in tutti quelli che si vantano d'essere “uomini tutti d'un pezzo”, con sani e rigidi principi, col culto dell'onore, e poi sono solo dei grandissimi stronzi pronti a buttartelo in culo anche solo per passarti avanti in fila alle Poste. Oppure di creparti di mazzate ma solo in netta superiorità numerica.

mercoledì 2 settembre 2020

Fiori d'acqua

 Giulio Paci

Esistono luci che intravedono

Un silenzio.


Allora, vivo. Lei può dirlo.




È ciò che il legno disse al focolare, quella volta e poi mai più. Non è vero quanto si dice, che la poesia serve a ricordare. Se anche questo è vero, lo è solo per un fatto di giustizia delle parole. Non è meno vero che la poesia serva alle cose belle, affinché la bellezza rimanga tra noi e duri in eterno. La poesia ha un segreto che dovrebbe lasciar pensare, non tanto a quello che dice, nemmeno alla persona che ha scritto. È il tempo. È un fatto temporale. Vi è una persona spesso buona e generosa che non riesce a usare la propria memoria. Scrivere serve a eludere questo tipo di eventi. A restituire una traccia al mondo che altrimenti andrebbe trovata chissà dove. È un estremità in questo senso. Quell’uomo è malato e ancora non lo sa. Continua a usare parole, parole di cui solo lui conosce l’ordine, la mano del giocatore. Immaginatevi un uomo guardare il cielo in un pomeriggio d’estate. Un uomo che pensa o almeno ci prova, nell’intenzione. Un uomo per fortuna innamorato. È tutto finito. Egli vive una storia diversa. Emozioni di passaggio. Emozioni che nemmeno vede, tradotte a casaccio, rese vane al pari della verità, così che il narratore, l’altro che gli sta dietro, l’ombra che si è nascosta, possa star sicuro a dire, tenetelo lontano, non sa quel che dice. Il mondo ci piace così com’è. Non abbiamo bisogno di persone come lui, di fedi troppo importanti, di ragioni troppo sbagliate, troppo chiare. Servendomi di lui io vi restituisco la libertà. Non un uomo. Non è quello che mi avete chiesto.




La voce è anche lei una piccola rendita del tempo. Andava bene così: uno e non più di uno. È ben comodo. Non ha opinioni. Ha un debole per chi, come lui, si lascia pensare. Però mi sorride perché lo vuole. È l’unica cosa importante per noi. Non ci conosciamo più di così. Dice sempre molte cose. Ma con me parla una sola lingua. Ha il ben volere di guardarmi. Chi insiste a fare il contrario è costretto a spendersi al posto mio.




Sono le persone come lui ad essere come i fiori d’acqua, gli unici fiori rimasti ormai, sulla terra. Sono fiori di una strana lucentezza. È un fatto culturale che ci si ricordi di essersi già trovati davanti a loro, in un sogno, in un momento di evanescenza delle piccole cose, che rendono e hanno reso il mondo più grande della nostra stanza d’albergo. Ormai. Si, perché il mondo poteva benissimo restare grande come all’inizio. Non è vero che è ancora uguale a prima. Sono questo tipo di fiori a ricordarlo. Essi hanno, sì e no, le parole che riusciamo a dare. Muoiono, scompaiono, insieme alla pioggia. Chiaramente. Poiché non servono più a niente. Riescono a crescere, nascono, fioriscono dal loro seme, appena ne sono sicuri. L’ultima goccia se n’è andata, caduta. Ogni goccia è un seme che non sapevamo. Questa forse è l’altra faccia del vento. Quando la gente come lui viene presa e messa lì, dov’è che tutti ridono, si lamentano e non hanno niente. Un uomo a cui è stato tolto il sogno della propria vita. A cui la vita è stata rubata. Costretto a lottare. Per rimettersi in piedi. Senza far niente. Rinunciando al proprio coraggio, si è fatto aiutare. È l’uomo più egoista e eccentrico che abbia mai conosciuto. Diventato sempre più trasparente. Se una donna dovesse vederlo, prenderebbe le misure a qualcosa, ma non ne siamo certi.




Tutto prosegue alla stessa maniera. Ce ne siamo accorti. Per questo abbiamo bisogno di errori. Pensieri sbagliati. Per chi scrive è diverso. Deve poter dire simili verità, simili sciocchezze. È chi scrive questo valore delle cose. Poiché chi scrive è l’immagine da cui nasce questo segreto. Conoscessimo a fondo la sua vita, ce ne accorgeremmo, abbandoneremmo la penna, i fogli bianchi, la carta di giornale. Vita, vita e nient’altro. La noia di questo secolo, il benessere raggiunto dice questo. L’ambizione si è arresa a muovere il male, a divertirsi, per mano del niente, del vuoto, dei piccoli atti egoistici. Nessuno riesce a dichiarare più niente. Nessuno può decidere da solo cosa e quando ascoltare. Siamo lì, ognuno con la faccia di fronte a quella di un altro. Crediamo a tutta la realtà che ci viene data. Abbiamo fiducia di credervi. Serve a qualcosa, è l’unica speranza rimasta. D’altronde, è ancora l’unico modo per far proseguire la specie. Un sorriso. E poi? Poi lascerò passare ancora un giorno. Mica importa, un bacio, nemmeno so ricordarne la sensazione. Mi pare forse, quella cosa, che mi ricordava di avere una mente, un filtro, una possibilità. Se le cose stanno così, posso solo accontentarmi dei baci e le carezze di mia madre. D’altronde l’ho già detto. È un fatto che si sia smesso di ricordare.




Ho visto un uomo sedersi e mangiare. Ho visto un uomo seduto mangiare un buon pasto. Sulla tavola dei fiori d’acqua. Perdonare il tempo. Perdonare il tempo per la sua offerta. Ho già visto quella donna. Ho già visto quell’uomo esser costretto a fingere non sia mai accaduto niente. Ci sono amori che vivono ringraziando una possibilità, rimanendo fedeli a quello che si deduce dalla reale intenzione di ciascuno. E nessuno degli amanti ha mai detto una parola. Un modo per sognare. Quanto basta a restare indifferenti senza troppe parole. Mai detto io non ti lascio più. Cos’è che veramente ho pensato, sono stato io. Non posso più andare oltre a quello che sei. Sono ormai scomparso dalla luna.




Lo so. È inutile io ti guardi. È già diventato inutile tutto l’amore che riusciremo a darci. Chi sei, non l’ho mai saputo. Eppure qualcosa me lo hai detto, sono io ad averlo veduto, io, con i miei occhi e basta. Qua una partenza è sempre una falsa partenza. Un altro modo per diventare ridicoli. Un modo per crescere, che equivale a sentire sempre meno, serve a eludere qualsiasi pensiero. Fedeli alla realtà, gli uomini, andrebbe chiesto a mia madre. Non so cos’altro vuoi farmi vivere. Ma è certo ne uscirò solo e senza sforzo. Perché la fantasia muoia. L’amore resti soltanto una promessa, un coraggio, l’unica maniera di viversi. Mi hai sempre dato la possibilità di risultare naturalmente il timbro della mia voce. L’espressione di una pausa che certo non potrai dire soltanto mie. I pensieri. I pensieri restano, quell’inutile differenza tra il sole e il cielo sottostante. Ci sono un sacco di persone intenzionate a prendersi cura di me, ma non fanno attenzione, credo sia una scusa per guadagnare un po’ di benessere dalla disperazione troppo facile a crearsi in un’anima vuota. Tanto, loro, dalla loro parte, hanno ancora la dignità. La vita. La vita per loro è ancora un fatto di possibilità.


mercoledì 5 agosto 2020

Soldati

Niccolò Ferri

- Ecco che un altro amico ci ha lasciati - disse un primo.

- Non ci posso ancora credere che non sia più con noi - continuò un secondo con dolore - era un caro amico, gli volevo bene, ed era troppo giovane per andarsene -

L'aria si era fatta stretta, triste, in pochi avevano il coraggio di dire una parola, la maggior parte dei presenti si limitava ad andare avanti e indietro intorno ad una luce soffusa, la malinconia era padrona della situazione.

- Come è successo? - una voce si levò in maniera confusa dalla massa di presenti.

- E' stato ucciso, come quasi tutti i nostri, del resto. - affermò con autorità quello in disparte, che era evidentemente il capo dell'assemblea.

- La situazione è intollerabile - gridò qualcuno, e nel tono della voce si poteva intuire un sentimento misto di rabbia, frustrazione e dolore per la perdita dell'amico - Abbiamo avuto già quindici vittime negli ultimi due giorni - continuò - quindici vite spezzate prematuramente, ed oggi la lista va ad aumentare -

Tutti erano visibilmente stanchi della situazione, delle troppe vittime, dell'alone di morte che li circondava. La paura era troppo grande, i più deboli temevano persino di uscire da soli.

- Non possiamo stare fermi qui senza fare niente, dobbiamo reagire, anche nel nome dei nostri compagni che ci hanno lasciato, perchè la loro memoria non venga infangata dalla nostra codardia – esclamò una voce decisa e sprezzante, tipica dei giovani. A questo punti tutti incominciarono ad urlare, erano esaltati da ciò che avevano udito, e più che mai intenzionati ad organizzare squadre di guerriglia e di resistenza per far fronte al problema.

All'improvviso il cielo si oscurò, e dall'alto una grande ombra calò su tutti i presenti.

- Oh no! - erano terrorizzati - il nemico è arrivato, ci ha scoperti! -

Ma era troppo tardi. Si trovarono tutti schiacciati da una grande zanzariera di plastica.

- E' dura la vita di una mosca al giorno d'oggi - pensarono, mentre le coscienze andavano affievolendosi.

giovedì 18 giugno 2020

L'anno sabbatico di un clown: marzo

Rey Kalaria

Ma Christo... un'altra multa. Ma guarda te se sti stronzi devono lavare questa strada proprio il giorno che ci lascio io la macchina.
Il lunedì! Pensavo fosse un giorno buono per sbronzarsi e non tornare a casa. Ma guarda te se sto stronzo deve lasciare la macchina su questa strada, proprio il giorno che devo lavarla io.
Almeno d'ora in poi ho il privilegio di lavorare, con un bel contratto da dodici ore settimanali, ma solo per adesso, così le pago da solo le multe.
Il telefono! È quella santa di mia sorella, la più grande. Portatrice di notizie e gossip, voce di tutta la stirpe Kalaria.
-Pronto-
-Rei, Zio sta male. Mi sa che i dottori non possono fare più niente. Gli rimangono pochi giorni-
-Cazzo!-
-Vieni qua per favore, dobbiamo stare vicini alla Zia, a Blerim e Sadete-
-Arrivo, tra un'ora sono lì-
-Vieni subito!-
-Ela arrivo, cazzo, non posso partire subito!-

Cazzo! Stupido! Sono fatto, e mai in grado di affrontare la situazione.
-Ragazzi, io vado. Mio Zio ha finito di vivere, ora aspetta solo la fine-
Devo stare attento, se non voglio pagare un'altra multa. Aaah, non è il momento di pensare a queste cose. Sì eh! Ti permetti pure di sentirti scocciato di doverti presentare alle persone che ti amano, alle quali farebbe bene la tua presenza. Tua?! Dell'aborto di te stesso che in fretta deciderai di mettere in piedi.
Piangi vai, vigliacco.
-Oooh, sono fuori, vienimi a prendere, non so dov'è Zio-
-Arrivo-
Eccola, già mi guarda come se, oltre alla sagoma della merda che vede, sentisse anche il puzzo della merda che sono, che mi sento, che... VAFFANCULO!
-Ciao Bazze-
Madonna come sta!
Da quant'era che non ci abbracciavamo così. Non glielo dico.

lunedì 8 giugno 2020

Falsa partenza

Francesco Chironi


Camminare in questa città è camminare nei corridoi di casa: sai dove vai anche al buio. Riempie di tempo, non c'è dubbio, ma sono comunque domiciliari.

Sentirsi rinchiuso in casa perché fuori è freddo, ci sono pericoli e il doppio dei problemi che possono annidarsi qui, tra le mura.
C'è la pioggia e c'è anche il sole, il tuo sole.

Noi amanti della luna, piccola, pallida, eppure tanto profonda da far dimenticare il ricordo della luce. Insomma siamo pessimi ottimisti, ma almeno ci proviamo e questo ci rende fieri.
Un centimetro è l'infinito in questa piscina di catrame.

Però che peccato sprecare tutto quel fervore che senti nell'incontrare difficoltà, quella grinta in più che avresti se non dovessi pensare a quel senso di delusione di non riuscire a farcela, quella disperazione di dover tirare avanti se non vuoi provare quel senso di delusione. Ma di nuovo mi consola quella gioia nel vedere che anche se non hai scalato tutte le montagne sei arrivato a metà della catena montuosa.

Eppure sono qui, in bilico tra due fronti: uno pieno di paure, novità, sofferenze, crescite e bellezza; l'altro altrettanto colmo di abitudini, sicurezze, intolleranza, familiarità e bellezza.
C'è la guerra, volano proiettili decisi e ritirate fugaci. Mi ritrovo in mezzo con un paio di mutande per nascondere gli ultimi segreti e uno scontrino con gli insegnamenti dei miei: uno scritto in grassetto e l'altro ormai troppo sbiadito

mercoledì 3 giugno 2020

Biasimo della misera esistenza

Marco Landucci

Le persone che dimenticano in fretta
le credi forti
finché non ti pugnala alle spalle
e ti lascia sconfitto
la fretta di dimenticarle

In ginocchio sulle contraddizioni
non dissetano le lacrime
per chi s'illude di avere sentimenti
per chi t'illude
Meschini dal passo leggero,
per fuggire dai guai
basta un sorriso senza cuore

Puoi pesare un'anima
dalla somma dei rimorsi
Puoi conoscere un uomo
dalle sue cicatrici
Un vuoto è sempre a perdere

martedì 5 maggio 2020

Dipingo una tela

il Ciarlatano

Dipingo una tela fatta di piastrelle
ho in mente un tema monocromatico
uso un colore leggero
uso un colore trasparente come l'acqua 

Impugno un pennello lungo un metro
e ci danzo intorno. 
danzo e dipingo 
dipingo e danzo. 

Sì insomma, do il cencio!

giovedì 30 aprile 2020

Il primo giorno felice

Giulio Paci

So che vivrò per sempre. La cosa per cui sentirò maggiormente la mancanza  è il silenzio. Ciò che mi comprendeva e mi lasciava essere un uomo buono. Se ora è tardi è tardi per sempre.

L’uomo non visto resterà l’uomo che non si vede, finché una notte scomparirà anche lui senza sapere cos’era l’amore, senza aver avuto mai una donna. Giovane o no, ho piantato dei semi ovunque ed ora è nata una foresta. Finché cresceranno fiori la natura avrà speranza e la memoria servirà solo al canto delle stagioni. Conto di far presto. Non sono i ricordi  ma è la vita che mi ha lasciato solo. La campana suona ad ogni ora. Si mangia per due volte al giorno un lungo pasto. La guerra fa orrore. Più che i morti sono i vivi. Si crede ci sia ancora una fine, un traguardo, dopo di che le cose inutili scompariranno. Le parole scompariranno. La storia avrà assunto un nuovo significato. Dormiremo riuniti e senza vestiti. Nudi com’erano un tempo i roghi, i sogni dei bambini e i bambini. Qualcuno sarà sveglio per sorvegliare il continuo della festa. Creeremo il pane dal niente e ne saremo capaci. Percorreremo la vita con la sola forza dell’immaginazione. Poiché anche l’amore cambia insieme con la noia. Come il nulla che ad oggi è il suo scontento. E non è amore l’amore quanto il non sapere cosa sia, questo rende la vita una cosa rara. Innocua è la fine di tutto. Per questo gli uomini muoiono mentre io vivrò per sempre. La prima cosa, il cielo e la terra. Nascere dunque è trovarsi in mezzo a loro. Si può nascere, se così si vuole.

martedì 28 aprile 2020

L'abito che indosso

Manuel M.
Nudo sono nato e nudo morirò.
Eppure nudo, mai lo sono stato.
Quando mi spogliavo vestivo l'abito più pesante.
Ma se lo avessi tolto,
Per voi mai sarei esistito.

domenica 26 aprile 2020

L'anno sabbatico di un clown: febbraio

Rey Kalaria

Finalmente sto mese finisce sto cazzo di tirocinio (servizio civile)
Mi sono sentito, per tutto il tempo, la penultima scelta seduto in panchina.
Ma il ventisette è il mio compleanno, e posso distarmi pensando alla vecchiaia che incombe. E ai capelli che cadono.
Va bene così, ho avuto il tempo per capire che le mie capacità vogliono almeno portarmi ad un misero standard di sopravvivenza. Mi hanno già detto che hanno intenzione di assumermi... che privilegio.
Devo andare a trovare Bazze (mio cugino) e lo zio. È uscito dall'ospedale ma non sta un granchè.
Come un vigliacco, comincio già a metabolizzare la fine.
Rei svegliati! A che ora vai allo stage?
Che ore sono?
È domenica e sono le 8 e 30
Cazzo! Posso sciacquarmi solo il viso. Scordati il lavarsi i denti. Per la colazione non ci pensare nemmeno, sono tre anni che non la fai. Ciao ma'...
Devo smetterla di bere la sera, se la mattina dopo “lavoro”.
Merda non ho soldi per il casello, li ho investiti tutti per il tabacco.
Almeno domani riscuoto in pizzeria, almeno pago anche il casello a griccia del mese scorso.
Buongiorno, scusate ho fatto un po' tardi.

venerdì 24 aprile 2020

Sguardo ingrato di un essere altezzoso

Francesco Chironi

Sguardo ingrato di un essere altezzoso
Sappiamo tutti come cambia la luna
Alcuni si scordano dei volti
E soprattutto della propria bocca
Tenera incudine mi schiacci il petto
Potere e volere sono il tuo Io
Cambia atteggiamento nel tuo corpo
Salti i pasti per ringraziarti e vomiti
parole per pretendere attenzioni
Cogli i desideri che ti dono
o gettali nel pozzo
non ci sono vie di mezzo
Ho visto la distanza che separa il nostro orgoglio
Stupide scimmie agli ordini di noi stessi
i soliti che feriscono
cadono
e non ripartono.
Solo l'amaro ci accompagna
dopo tutto

martedì 21 aprile 2020

Diario di un abbandono: 5 febbraio

Marco Landucci

Sarà meglio scrivere prima o dopo essersi masturbati? Bella questione. Cioè, no. Perché uno arriva a un certo punto nella vita, durante un rapporto che insomma comincia a definirsi serio, e un'età quasi adulta, che uno pensa che smetterà di farsi le seghe. Cioè, no. Perché uno le seghe non smette mai di farsele, però ecco diciamo che uno, durante un rapporto che comincia a definirsi adulto, e un'età quasi seria, potrebbe pensare piuttosto se sia meglio scrivere prima o dopo aver scopato.
Io scrivo per scopare, fossi figo utilizzerei l'addominale, quindi raggiunto l'obiettivo, e specialmente se la cosa si evolve, la qualità e la quantità dei miei scritti cala drasticamente... Converrete con me che a quel punto tra scopare e scrivere non c'è proprio più partita.
Invece quando mi trovo costretto ad impiegare in altri modi il tempo che avrei decisamente speso più volentieri a letto, altri modi che non siano solo il dialogo umano-felino e la masturbazione, mi trovo spesso con la voglia di scrivere. Converrete con me che dovrei impiegare, per il bene di tutti, questo tempo scopando.

C'è da dire che perlomeno i miei amici hanno il tatto di non dirmi quelle stronzate tipo devi ricominciare da te stesso, dalle piccole cose, ti devi trovare una passione. O forse me lo dicono e io non li ascolto. Pazienza, li ringrazio comunque per il buon senso di evitarmi il pietismo. Ascoltano, c'ho bisogno di spurgare, se non s'è ancora capito. Se per dimenticarti mi fai continuare a scrivere e magari questo zibaldone depresso e sconnesso mi frutta dei soldi, potrò anche perdonarti per come cazzo ti stai comportando.

domenica 19 aprile 2020

Quando c'è e quando no

Il Ciarlatano

Quando non c’è scrivi citando i poeti maledetti e antichi scrittori.
Quando è lì ti dimentichi dei versi di Dante e D’Annunzio; dei racconti di Verga o delle domande poste da Socrate e Platone. Finisci per lasciare andare parole così come faceva Marinetti.

Quando manca ti vengono le parole così.
Quando c’è muovi i diti a caso solo per far rumore, ma a patto che sia a tempo e agilmente scandito in quattro quarti. Osservi ciò che crei ma rimani deluso da come tutto sia piatto e sterile. Mentre la signora Banalità cola dai bordi del foglio.

Quando è assente ci metti poco a esprimere qualcosa di profondo e riflessivo.
Quando invece no, rimani lì a chiederti se sia saggio perdere dell’ inutile tempo prezioso e fragile, dal punto di vista del cosmo, standosene qui a illudersi che valga la pena scrivere ciò che si prova
A chiedersi per l’ennesima volta se ne valga la pena e a domandarsi: “in fondo per chi?”.

Quando è da ere che non la vedi e cerchi di scrivere i tuoi versi poetici,assolutamente per niente ridondanti e privi di ego sia chiaro, con parole arruffate da destini fasulli gettati come pensieri al vento,stando attento minuziosamente che tutto abbia un senso e non sia banale. Son sempre la voce del tuo cuore.
Quando è lì, invece, ami commuoverti senza pensarci due volte, mentre scrivi pensieri diretti quanto innocenti.

Quando va via sei tranquillo e non pensi a quei momenti in cui scavi solchi profondi, usi i ricordi come appiglio.
Vedi dei vuoti incolmabili, mostri ancora vivi, sensi di colpa, frasi dette per odio, domande interrotte da colpi di pianto.
Speri di addormentarti senza che fuori ci sia nessuno.
Speri che qualcuno ti cerchi e qualcuno no.
Ti domandi chi sei stato e forse non vuoi rispondere.
Tutto intorno a te urla e graffiato da tutto ciò che ti circonda ti ostini a non ascoltare.
Quando c’è ti viene una semplice paranoia, ma tranquillo amico mio.

Quando non ti fa compagnia, credo che le cose siano in qualche modo più chiare.
Quando invece ne hai un po’ fai confusione. Le parole fuggono via e i concetti sprofondano velocemente; cerchi di recuperarli, ma si sono tramutati in pensieri di troppo. Spariti.

Quando la usi provi giustamente rimorso
Quando non la usi almeno non provi quel senso di colpa dettato da moralisti, perbenisti e altri mostri di vario genere. Mostri pronti a massacrare di giudizi violenti, ragazzini troppo impauriti per stare al mondo.

Quando non c’è ti senti soddisfatto e cerchi un finale col botto.
Quando c’è non ti viene, ti arrendi e infatti la smetti.


sabato 18 aprile 2020

IL POETA

 Niccolò Ferri

Col tuo coraggio di lampioni e rami
secchi,vigliacco dell'ultima ora
sapresti leggere
la primavera in una sigaretta
o nel tempo che te la mette
in bocca?
L'intersezione di pochezze
folli è la tua casa
nel novilunio, la mia condizione
di morto astratto
Sei qui?
perché io forse non ci sono
più
Nessun problema. Non ho
che due occhi, come voi, sconvolti
Occhiali scuri eccentrici muri
Così giovane e già
morto di poca aria. La gente
non chiede mai, ma ride
Che fai, non rispondi?
Muri carneficine senza portale
quante cose da non poter dire
domande da cambiare
o posti dove non tornare.
Ai morti respiranti per caso
mando abbracci da ieri
Non ci arriveranno
stasera. Io
mando abbracci
da domani
come scusa per essere tra voi

Ho conosciuto
la luna dei portici
le pagherò da bere, all'alba
Brindisi e tintinnio
di lacrime.
Perché qui qualcosa accade
non è vero?
Soltanto che io
non so cos'è

giovedì 16 aprile 2020

IL VECCHIO

Giulio Paci

Telefonammo senza sapere chi fosse l’uomo, in quella stanza. Ci avevano ripromesso di lasciarlo parlare, di stare in silenzio quand’era lui che parlava. Così che non si sarebbe innervosito. Altrimenti sarebbe stato tutto vano, i nostri giorni al massimo avrebbero continuato a trascorrere tranquilli, senza sorprese. Avevamo bisogno però che le nostre abitudini cambiassero. Avrebbe dovuto dircelo lui, quel che avremo fatto, dov’è che si doveva andare, quante ciotole di riso comprare e se l’acqua sarebbe stata buona ancora per giorni. Il nostro era un piano che avevano seguito in tanti. Bastava che gli telefonassimo Lui era lì per quello. Era il suo lavoro ma forse non gli importava. In fondo, dov’è che vivevamo le famiglie si assomigliavano un po’ tutte. C’era da ridere all’idea che compilasse nient’altro che il foglio della spesa. Per quanto riguarda il tempo, doveva affacciarsi alla finestra e guardare il cielo. Cielo che anche noi potevamo guardare. Mia madre tremava al solo pensiero di mettere un soldo in quel telefono. Non ne avevamo molti. Sarebbe costata una scatola di fagioli in meno, ecco tutto. La rassicurai. Sarei stato io a mangiarne di meno. Ma avevo il presentimento che quella telefonata avrebbe cambiato tutto. Altrimenti per quel vecchio sarebbe andata male, lo avrei calunniato in ogni dove, non lo avrebbe chiamato più nessuno. Già lo vedevo, solo, dietro la gabbia in cui resisteva da anni,  con il suo alberello messo nel vaso, annaffiato ogni tanto, con l’acqua che cadeva da un buco nel soffitto. Se ne stava alla scrivania quell’uomo. Aveva davanti a se il telefono. Il telefono era nero. Tasti bianchi che le sue enormi dita facevano fatica a muovere. Io e mia madre ci guardammo negli occhi. Eravamo alla stazione di polizia. Ci fecero entrare, ci accomodammo dietro al vetro di una stanza. Dietro si vedeva quel vecchio. Lui non ci poteva vedere. Non aveva l’alberello, ne un buco sul soffitto. Era disteso sul letto. Ci dissero che ancora la gente lo andava a trovare spesso, voleva parlargli, la situazione non era cambiata. Quando mia madre seppe questo per un attimo si fermò a fissarlo senza dire niente.

-       Sono 50 cent. – Disse il poliziotto.
-       Non fa niente, gli dica che siamo passati. –

Quando uscimmo mia madre sorrideva. Quella visita gli aveva migliorato lo spirito. E’ certo che quando non si guarda il cielo per giorni fuori c’è ancora gente che guarda in alto e pensando a te, stupido vecchio, non può dire nient’altro, che…

-       Sono sicura che sarebbe felice di essere qui con noi, piccino mio. –

Poi sarebbe il silenzio. E con il silenzio tutto diventa più facile. E’ con il silenzio che le persone imparano a volersi bene, diceva mia madre, quando la tavola era vuota e fuori dalla porta ascoltavamo seduti la notte, con qualche rumore lontano di gente di cui non conoscevamo il nome ma che sentivamo vicine, già dentro la nostra casa.

domenica 12 aprile 2020

L'anno sabbatico di un clown: gennaio

Rey Kalaria


Ooo. Ma l'università quest'anno?
Che domande del cazzo. Beh, praticamente ho smesso... Ma continuo ad accumulare le tasse, per sentirmi meglio con me stesso. Una specie di investimento.
Ma Baffo quando scende?
Boooh
Vabbè... cannino e poi a letto?
Sì, domattina ho lo stage.
Cazzo è tardissimo! Ho venti minuti per arrivare a Uzzanodemmerda.
Devo ottimizzare i tempi! Sciacquatina al viso, i denti proprio no, mi vesto, devo girarmi un drummino. Ciao mamma.
-Ma quando devi essere lì? Ma come fai in dieci minuti? Rei gli orari vanno rispett...-
07.01. Ecco il casello. Maremma troia non ho spiccioli, non ho niente. 
Aaah... Per cosa le serve assistenza, signore?
Ehm... Ho lasciato il portafogli a casa, come posso fare? 
Le faccio lo scontrino che può pagare successivamente al casello oppure al punto blu più vicino, in questo caso Serravalle Sud.
Grazie molto gentile
Arrivederci
07.09. Buongiorno, scusate, sono in ritardo.
Di solito qui non facciamo caso agli orari, ma se continui a farlo notare, cominceremo!

Nuovo messaggio:
Sorella 3: Rei, Zio ha avuto una ricaduta, è di nuovo in ospedale. Vedi di non sparire... Ciao.

Cazzo.

venerdì 10 aprile 2020

I drummini corretti

Francesco Chironi

I drummini corretti
Le seghe mentali
New York
I calcetti
La musica tamarra
Venezia
Si cresce
Gli astri
Ciccio
Scrubs
La lontananza
L’ex
Ma quando torni?
Mi sa che parto
La solitudine
Si va a fa du tiri?
Ma il Guala?
Mi sono fissato su una canzone
Urano in toro
L’Esselunga nova
Il finto studente
Il gol a 11
Oh mi puoi da una mano?
Lavori domani?
Devo andare da mi pa
Narciso e Boccadoro
Mi manchi
A che ora sei nato?
Gli scritti
È un monte che non ci si vede
Buongiorno

mercoledì 8 aprile 2020

MENTRE FUGGI

Manuel M.

Mente fuggi io ti inseguo,
Se io mi fermo, tu ti fermi,
Se corro più veloce, aumenti il passo,
Sempre avanti a me, io ti vedo ma non ti afferro.
Ti volti e mi sorridi, guardi avanti e poi sparisci.

Ma tu chi sei?



lunedì 6 aprile 2020

AUTO USATE

Il Ciarlatano

Le cose sono tante, troppe, migliaia
Mi manca poterle rimandare.
Vorrei poterlo fare domani.
Ma i pensieri non si rimandano
I pensieri sono tanti, troppi milioni e come puoi salti sul primo vagone in corsa senza sapere né meta né orario di ritorno
Una ferrovia sgangherata quanto infinita dove il treno passa una volta sola e in una sola direzione
Ai fianchi scorre un parcheggio sconfinato quanto vuoto, ma non posso fermarmi.
Osservo e basta.
Tutti i posti sono occupati da vecchie auto che corrono immobili

C’è la 500 di mio padre e la mamma dentro che ride felice
ci sono io che gli corro intorno.
Qualcuno mi insegue ma non lo sento perché ancora non parla
Poi improvvisamente una sera le auto diventano due e al primo bivio si salutano
Non c’è nessuno dentro che ride.

Appare una jeep che sale i monti incurante della neve e del ghiaccio
E pensi che sia bello avere una cima da raggiungere e imitare.

Più in là ci sono io nella mia prima macchina
sconvolto dalla prima volta

Poco dopo una Y bianca ferma al porto
Vedi sul mare di sconforto il riflesso di un babbo che ti culla

In una auto brutta e anziana, faccio il giro di una città non mia
mi illudo che mi piaccia tanto e mi diverto.
Giuro e spergiuro di crescere…mentendo
Poco lontano c’è una macchina con un faro rotto dalla rabbia;
quell’occhio nero faceva male.

In una Y bianca qualcuno suda e si giura amore così per gioco

Ad un certo punto appare una Lada che balla solo i Baustelle

Invece qualche metro più giù c’è la Y di prima.
I suoi vetri sono opachi stavolta.
Dentro qualcuno si giura amicizia per sempre e stavolta sul serio.

C’è qualcuno poco dopo che impara a guidare…mi assomiglia
Credo che lo faccia per essere sicuro di non lasciarmi a piedi.
 
Qualcuno su uno scooter si allontana se dio vuole.
Lascia un mucchio di inutili rottami.

Poi c’è qualche spazio nero dove non voglio guardare.
qualche ruota bucata, abbandonata a malincuore,
sostituita da idee diverse.

Qualche pianto di felicità per pulire il vetro incrostato dalla sabbia proveniente dal sud.

Qualche specchietto retrovisore da non usare mai.
C’è il rischio che dentro qualcuno ti saluti da lontano implorando addio.

Percorro chilometri.

Ci sono io stanco che faccio autostop per qualsiasi direzione tranne lì.
Non so dove andare.
Qualcuno si ferma. L’auto è rossa.
Il mio zaino è sporco di incertezze e rancori,ma lei non se ne cura.
Saluto, salgo, ringrazio e dopo una sigaretta mi innamoro.

Il treno rallenta e insieme alla corsa dei pensieri, finisce anche questo immenso piazzale recintato da intenzioni interrotte.

Sono arrivato, il treno si ferma.
Adesso devo rientrare a casa perché fa freddo, ma oggi la macchina non si può toccare.
Chissà domani che anno sarà.

Nel mentre che dagli altri binari un sacco di persone mi salutano da lontano commosse,
qualche africano mi scippa un po’ di solitudine.

Sorrido e mi sento meno solo.

venerdì 3 aprile 2020

TEMPESTA SOCIALE

Niccolò Ferri

La tragedia di nebbie ricacciava
ai soliti trambusti trabocchetti nuovi
Guardami negli occhi e menti
tradimento è la mia condanna. Piangi
l'orrido inarrivabile della mia resa

Consapevolezze che si scontrano e rottami di foglie

La selva delle mie ambizioni
Contraddizioni. Azioni
che si rinfacciano al fil di lama
Parliamo parliamo e non vediamo occhi
mani non tocchiamo che siano fatti
o l'ingiallire novembrino alla chioma dei faggi

Cannibalismi prossimi
pressappochismi di rimando
Alla placida penombra si aggiunge ombra
ed è, infine, luce. Ed è qualcosa in più
nuova sfida a raccattare lacrime
non ne verserò altre
da questi occhi
Tutto ho odiato già
ciò che all'odio mio si impone
di più non posso

Ai retaggi soliti legherò il bicchiere
nemmeno il vino dà conforto ad una pagina perduta
Le ispirazioni non soddisfatte di una patria accidentale
son poca cosa
e nuovamente a Genova, Valsusa, Seattle, Porto Alegre, Caracas
i combattenti temerari di un romanticismo andato.
Navigammo di bolina incespicando al Maestrale
cui non cedemmo, se non i passi
almeno il destino del nostro nome

Applausi al dramma dell'ora persa
al muro corrono mani larghe e gloriosi intenti

Dovrei ringraziarti, dunque
per le rabbie le morti incerte le privazioni
i basti le ordalie le pastoie d'oppressione che non rinneghi
per gli apotegmi con cui condanni
tutta una storia di rivoluzioni presunte o mancate

Per la tua salvaguardia
nell'unità dei secoli

mercoledì 1 aprile 2020

IL BACIO

Aspettò un’ora che lei arrivasse. Con se già qualche birra gli faceva compagnia e bevendo ricordava che non l’avrebbe rivista, ma poi quel pensiero scompariva. Almeno quella sera, aveva fatto le cose in una giusta maniera. Era vestito bene, le aveva dato appuntamento ad una chiesa. Restò in piedi, perché non lo trovasse in una posizione poco avvenente, per dimostrare che era un uomo che sapeva aspettare e darsi delle regole. La sera in cui l’aveva conosciuta infatti era ubriaco. Nel locale davano buona musica. Lui le stava dietro e sentiva i loro corpi toccarsi nell’oscillazione dovuta alla circostanza. Fuori, non riuscì a non abbracciarla, i suoi amici si innervosirono subito. Lei, costretta a divincolarsi si manteneva tranquilla senza alzare la voce, ridendo, cercando solo di spiegare che non le faceva piacere. Non c’era altro modo per lui che rincorrerla e abbracciarla di nuovo, voleva vincere quell’indifferenza, ma tra tutti non era riuscito a creare quel piacere di stare assieme che lo avrebbe potuto rendere un uomo interessante. Ubriaco, si diceva, sei solo uno sporco ubriacone. Dovette anche ricevere l’umiliazione di un ragazzo meno forte di lui che con calma e gentilezza lo fermò appoggiandolo al muro di una casa li di fronte. Non aveva usato molta forza, avrebbe potuto librarsi facilmente e dargli un pugno per la sua sfrontatezza. Però, le parole, benché severe, tutto dicevano tranne che avrebbe desiderato lo scontro. Perciò si lasciò umiliare e appena il ragazzo mollò la presa ricominciò più di prima a inseguire la donna. Le doveva delle scuse, per questo le aveva dato appuntamento, giurando che non si sarebbe dato pace finché non avesse riscattato la propria immagine. Lo sapeva fare, non credeva di essere uno sconsiderato, men che mai un maleducato. Sapeva che non sarebbe venuta all’appuntamento, per questo si era portato con se delle birre, per ingannare il tempo, piangersi un po’ addosso, almeno quello, quello serviva a ricordare, a chiedere scusa, a calmarsi l’animo da solo. Sarebbe stato un uomo diverso, forse, un giorno. Ma certo non avrebbe smesso di bere. Infatti aveva già bevuto tre bottiglie, in attesa. Ormai non sarebbe più stato in grado di far niente. Ci ho provato, riuscì a dirsi. Ma qualcosa moriva insieme a quelle parole, l’occasione perduta aveva in se un’immagine del mondo che lo considerava appena per quello che credeva soltanto lui di riuscire ad essere. La sua abitazione era piccola. Le sue vesti poche. Aveva a malapena di che cibarsi. Però sapeva leggere, studiare, pensare. Era un buon pensatore. Questo credeva un giorno avrebbe dovuto pur valere qualcosa. Non era senza istruzione, e qualcosa credeva di averla capita. Perciò non gli riuscì difficile ubriacarsi solo davanti a quella chiesa sperando arrivasse una donna che sapeva non sarebbe arrivata. Non c’era inganno dell’illusione. La delusione serviva ad andare avanti. Niente è più forte della delusione, credeva. Per questo si sogna, si vive, si ama. Si guardò l’ultima volta intorno, con aria di sfida, quasi scherzando con gli occhi una distanza che non c’era. Un ultimo sguardo, una smorfia, testa china e camminare in cerca di qualcuno, per non sentire il dolore che era nato. Sulla delusione si può agire da soli, sul dolore è diverso, pensò. Sul dolore non si può far niente. Può esser solo lasciato vivere, moltiplicarsi. Il dolore è il senso più puro dell’amore. Il dolore si che avvicina le persone. Camminò per le strade vuote appena fuori dal centro, arrivò ad un locale che la sera aveva sempre qualcosa di buono, buona musica, persone come a lui. Che come lui abitavano il mondo da soli. Arrivò ciondolando un poco. Una donna con i capelli rossi e un vestito a fiori stava seduta fuori, bevendo da una borraccia vodka mescolata a qualcosa di dolce. Era molto più grande di lui. Appena lo vide gli chiese di sedersi con lei. Lui le sedette accanto. Mi chiamo Laura, disse, con le parole che a stento le uscivano dalla bocca. Giulio, rispose. Ciao, Giulio, sono ubriaca. Anch’io. Mi fa piacere, insistette la donna, guarda. La donna prese la mano del ragazzo e se la avvicinò al petto. Il ragazzo pensò fosse troppo vicino, e sfilò la mano velocemente. Ti volevo far toccare le mie collane. Guarda, me le ha regalate il mio ragazzo. Purtroppo ci siamo lasciati, ora vive in Thailandia. Uno è un cuore, vedi com’è rosso? Questa invece sembra una pera, anzi forse queste sono gambe, un culo, un corpo, una testa. Le cadette la borraccia di mano piegandosi troppo sulla sedia. Il ragazzo la raccolse e gliela rese con gentilezza. Sono belle, ti piacciono? Chiese la donna. Si, molto, rispose il ragazzo. Ti piace il mio vestito? Sono molto brutta, non è vero? No, hai capelli rossi e un vestito a fiori. Come sei carino, grazie, un bacio. La donna si pose le dita sulla bocca a fatica e poi gli mando un baciò chiudendo entrambe gli occhi. Il ragazzo sorrise. Non trovando niente da dire, si alzò e cercò di entrare dentro il locale per prendere da bere. Ma la donna lo fermò. Te ne vai? No, prendo solo qualcosa da bere. Resta qui con me, ti prego. Va bene, rispose il ragazzo, cercando di mantenere la voce bassa, d’essere cortese, cercando di essere tranquillo per che lei non si dispiacesse. Si sedette. La donna aveva una scollatura. Le si vedeva il seno e a Giulio gli occhi si fermarono per un secondo proprio in quel punto. Proprio nel momento in cui la donna si voltava verso di lui a guardarlo. Cercando di non creare imbarazzo guardò per terra. Ma capì subito che non era stata una buona idea. Ti piaccio? Chiese la donna. Il ragazzo non rispose, poi disse: certo! La donna lo guardò sorridendo. Vorresti toccarmi. No. Scusa, non sono il tipo. Lo so che non sei il tipo, volevo solo scherzare. Però mi piacerebbe darti un bacio, disse la donna. Il ragazzo guardò per terra. Mi dai un bacio, chiese ancora la donna. Tieni, le rispose. Giulio si avvicinò e le dette un bacio. Grazie, rispose la donna. Ora devo andare. Sono ubriaca ed è tardi. Giulio si alzò insieme a lei. Restarono in piedi l’uno di fronte all’altro per qualche secondo. Non dissero niente. Cos’altro potevano dirsi, era già stato detto tutto. La donna fece un inchino. Giulio, ripete il gesto. Addio. Addio. I due presero strade diverse, Giulio prese la strada verso casa, camminando sentiva ancora il profumo della sua bocca sul viso.

domenica 29 marzo 2020

Una lista di belle cose.

Rey Kalaria
Mi piace il silenzio
Mi piace trovare la luna di giorno
Mi piace toccarmi la barba
Mi piace l'odore della terra dopo la pioggia
Mi piacciono le ore tolte al sonno
Mi piacciono le persone, da lontano di più
Mi piace svegliarmi a fatica
Mi piace pensare a ruota libera
Mi piacciono le olive
Mi piace la frutta acerba
Mi piace il formicolio sulla pianta del piede, dopo tanto tempo in piedi
Mi piace strizzare gli occhi e guardare il sole finché posso
Mi piace bere l'acqua a garganella
Mi piace fischiettare
Mi piace il blu
Mi piace il fastidio della pioggia, a gocce grosse, sulla schiena
Mi piace la sensazione di pausa gravitazionale, in macchina, a cavallo tra la salita e la discesa
Mi piace la levigatura profonda al confine tra l'iride e la pupilla
Mi piace giocare a calcio, spesso
Mi piace tanto giocare a palla
Mi piace il tentativo di sguardo
Mi piace lo scricchiolio del ghiaccio al contatto con l'amaro
Mi piace la lotta alle tristezze che s'intravede nella felicità delle persone
Non mi piace, nei momenti di squilibrio tra la leggerezza del mio essere e la pesantezza dell'anima, sentire il rumore delle vite che si spezzano intorno al globo
Non mi piace.
 

venerdì 27 marzo 2020

Uomo creatore di oracoli

Francesco Chironi

Uomo creatore di oracoli
Sfrutti il sapere universale
Deleghi la tua ombra
Alla ricerca del tuo corpo
Crei il sapere dal sapere
E l’ignoranza dall’ignoranza
Riempi un pieno stracolmo
Affamato ingrato
Raschi il fondo e ti graffi
Cambi il tempo spensierato
E lo getti nel pozzo
Usi mani da incudine
Abusi i meriti di nostra madre

mercoledì 25 marzo 2020

Delirio del 19/06/2016

Marco Landucci

Vasco
Le sbornie
Le acquate
Sentirsi ogni tanto un po' hipster
Le serate flop
Le fie random
Le serate devasto
Le paranoie
Siamo già a Pistoia?
Le fie da paranoia
Ragioniere batti?!
Me la metto la camicia?
C'è una festa a Firenze
Mi sono innamorato
Facciamo una bevuta poi le chiedo il numero
Ho il ruzzo
Ce l'hai posto in macchina?
Sì ma vado a sentire il reggae
Esco con una
Che ansia
Le chiavi di casa
Skippa
T'ho fatto un cd
Passala
Son cotto
Bona lei
Ancora una volta l'alba
Ne deve valere la pena
Un'altra Ceres?
Volano gli uccelli volano
Fratello
Drummino accendino
Voglio smettere
Incontri scontri rimorsi e ricorsi
Morsi sul collo
Non voglio crescere mai
Andiamo a un concerto
No cash c'è solo il letto
Fratello l'ho già detto
Via bona che palle

domenica 22 marzo 2020

La saga di Loris #2

Il Ciarlatano

Loris unn'è colpa nostra
è che per farti respira'
sai quanto ci costa?

Te tanto sei lì vicino al finale
e ogni giorno per noi
è un'altra cambiale

Loris si vede che sei tanto stanco
nemmeno ti si conta
quando si more in branco

Tanto ormai un tu servi a una sega
La tua anima fine come un filo di seta

E' che a noi ci faresti un favore
sai noi abbiamo parecchio a cui rinunciare

Secondo te posso fare a meno
di un ano bianco o un'ottava di seno?

O una bici d'oro e d'argento e di diamanti i pedali
che vale più o meno 3/4 ospedali?

Automobili grosse che vanno veloce
che ti levano il respiro, l'aria e la voce

No Loris spiacente un ce la sentiamo
preferiamo mori' che darti una mano

Poi tanto hai fatto la guerra
ora riposati un po' lì,
lì sotto terra

Ma ti ricordi di Loris,
quello basso un po' tondo?
Sì ma m'importa una sega
tanto un'era il mi nonno

mercoledì 18 marzo 2020

CANTO DEI BRIGANTI

Niccolò Ferri

Torna la bruma, è nuovamente sera.
Ritorna Cesare eroe trionfante, gloria
d'obelischi su cui ne' sangue sarà ritratto
ne' ricordo mai di martiri contro il tempo

E poi c'eravamo noi, sepolti
tra le cartoline venute da lontano
dalle mani di amici, dal cuore dell'Europa
dalle valli scheletriche di forestieri
senza vittorie ne' fotografie
dai volti secchi.
C'eravamo noi, cavalieri ultimi
di questa Storia dei ricordi brevi
a spaccare le armature gusci di noce
a arrotondare i pugnali contro i lampi della credulità
ai cippi di pietra grezza che le memorie offrirono al camposanto
e ai draghi di muschio, freddi
fiamme del bosco.
E cavalieri ci chiamammo, e ci chiamarono
perché alla guerra c'invocò
la Musa. Il patimento degli sconfitti secolari
fu la nostra moira fra i frastuoni
degli amori persi, ricordi
che se ne vanno con la marea alta.
E ci sentimmo certo soli, al dolore
riconciliati dal dolore e dalle canzoni
che certo più tristi delle nostre nubi
c'incalzarono, di modo che ci dissero briganti
e ciò che rubavamo non era, in fondo, che una vita
questa vita che non è molto, e in cui le divise sono già d'avanzo

Ed era ovvio per noi, nudi, vederne la follia

lunedì 16 marzo 2020

LIBRI DEL PASSATO

Giulio Paci

Certi libri esisteranno solo nel passato. Altri saranno nuovi libri. Questo vuol dire che è memoria ormai comune, la guerra, le feste dei cabaret, le passeggiate lungo il fiume, i vicoli delle donne, i vicoli delle cacate. Sono certo cose che continuano ad esistere. Un tempo c’erano le partenze. Poi le morti. Ora stiamo tornando, e stiamo consigliando a tutti di tornare. Oggi però ci occupiamo del giorno, come un giorno successivo ad un altro. Oggi è l’abitudine ciò che risulta vero, quel che suggerisce le parole a chiunque indossi una penna. Per questo non serve parlar di niente se non grazie alla poesia. Per avere ancora un’idea del tempo come tempo che scorre, come tempo che esiste. E non sia l’uomo, un uomo del ritorno alla casa, ma ogni uomo la casa di cui l’uomo ha bisogno.