lunedì 6 aprile 2020

AUTO USATE

Il Ciarlatano

Le cose sono tante, troppe, migliaia
Mi manca poterle rimandare.
Vorrei poterlo fare domani.
Ma i pensieri non si rimandano
I pensieri sono tanti, troppi milioni e come puoi salti sul primo vagone in corsa senza sapere né meta né orario di ritorno
Una ferrovia sgangherata quanto infinita dove il treno passa una volta sola e in una sola direzione
Ai fianchi scorre un parcheggio sconfinato quanto vuoto, ma non posso fermarmi.
Osservo e basta.
Tutti i posti sono occupati da vecchie auto che corrono immobili

C’è la 500 di mio padre e la mamma dentro che ride felice
ci sono io che gli corro intorno.
Qualcuno mi insegue ma non lo sento perché ancora non parla
Poi improvvisamente una sera le auto diventano due e al primo bivio si salutano
Non c’è nessuno dentro che ride.

Appare una jeep che sale i monti incurante della neve e del ghiaccio
E pensi che sia bello avere una cima da raggiungere e imitare.

Più in là ci sono io nella mia prima macchina
sconvolto dalla prima volta

Poco dopo una Y bianca ferma al porto
Vedi sul mare di sconforto il riflesso di un babbo che ti culla

In una auto brutta e anziana, faccio il giro di una città non mia
mi illudo che mi piaccia tanto e mi diverto.
Giuro e spergiuro di crescere…mentendo
Poco lontano c’è una macchina con un faro rotto dalla rabbia;
quell’occhio nero faceva male.

In una Y bianca qualcuno suda e si giura amore così per gioco

Ad un certo punto appare una Lada che balla solo i Baustelle

Invece qualche metro più giù c’è la Y di prima.
I suoi vetri sono opachi stavolta.
Dentro qualcuno si giura amicizia per sempre e stavolta sul serio.

C’è qualcuno poco dopo che impara a guidare…mi assomiglia
Credo che lo faccia per essere sicuro di non lasciarmi a piedi.
 
Qualcuno su uno scooter si allontana se dio vuole.
Lascia un mucchio di inutili rottami.

Poi c’è qualche spazio nero dove non voglio guardare.
qualche ruota bucata, abbandonata a malincuore,
sostituita da idee diverse.

Qualche pianto di felicità per pulire il vetro incrostato dalla sabbia proveniente dal sud.

Qualche specchietto retrovisore da non usare mai.
C’è il rischio che dentro qualcuno ti saluti da lontano implorando addio.

Percorro chilometri.

Ci sono io stanco che faccio autostop per qualsiasi direzione tranne lì.
Non so dove andare.
Qualcuno si ferma. L’auto è rossa.
Il mio zaino è sporco di incertezze e rancori,ma lei non se ne cura.
Saluto, salgo, ringrazio e dopo una sigaretta mi innamoro.

Il treno rallenta e insieme alla corsa dei pensieri, finisce anche questo immenso piazzale recintato da intenzioni interrotte.

Sono arrivato, il treno si ferma.
Adesso devo rientrare a casa perché fa freddo, ma oggi la macchina non si può toccare.
Chissà domani che anno sarà.

Nel mentre che dagli altri binari un sacco di persone mi salutano da lontano commosse,
qualche africano mi scippa un po’ di solitudine.

Sorrido e mi sento meno solo.

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