giovedì 11 novembre 2021

Il declino della lettura

 

Vai col Recovery Plan. Con soli settantacinque anni di ritardo, l'Europa prova a fare l'Unione. Certo, si fossero mossi a tempo debito forse ci saremmo risparmiati decenni di vassallaggio in favore degli Usa, che onestamente mi sfava di averci le testate missilistiche a Vicenza (visto che saremmo un Paese denuclearizzato) o di aver stuprato una gran parte della campagna pisana per farci una base militare straniera. E probabilmente, usciti dalla guerra, avremmo davvero assistito ad un meraviglioso sforzo collettivo di rinascita. Invece, la pioggia di soldi che si prepara ad arrivare adesso somiglia terribilmente ai programmi di aggiustamento strutturale imposti ai Paesi sottosviluppati, ultima frontiera dell'imperialismo, meno evidente ma certo non meno crudele e violenta. Ma non è di questo che voglio parlare; un argomento che mette d'accordo davvero tutti è che una grossa parte dei fondi vadano destinati alla scuola. Così, si parla di sistemare le strutture esistenti (che fanno davvero schifo), di crearne di nuove, di aggiornamenti tecnologici e digitali, insomma di un ammodernamento generale. Di quasi tutto, perché non sento mai parlare di un rinnovo della didattica e dei programmi.

Questa riflessione mi nasce mentre, confinato in collina con ben pochi svaghi, sto raschiando il fondo della mia biblioteca. Adesso ho sottomano gli Indifferenti; grande romanzo, per carità, non ho alcuna intenzione di stroncarlo, per gli argomenti trattati e per l'intreccio non si può non celebrarlo, però via... è una mattonata, ed è pure scritto da cani. E mi chiedo perché lo si studi molto più spesso di Un Amore di Buzzati (è il primo esempio di libro scritto davvero bene che mi salta in testa); perchè di Pratolini o Sciascia non facciano che una rapida menzione solo alcuni intrepidi insegnati. Perché nessuno è venuto a salvarmi da quella boiata colossale del Piacere con uno qualsiasi dei romanzi di Tozzi. Sopratutto perché ci si ostini ad ammorbare milioni di adolescenti con uno studio minuzioso, faticosissimo, insopportabile dei Promessi sposi, il grande romanzo italiano, quando il resto del mondo lo riconosce, a ragione, nel Gattopardo?

Non voglio sminuire nessun autore di quelli canonici; ritengo Verga fondamentale per la nostra letteratura, ma forse sostituire due sue novelle con dei racconti di Fantozzi potrebbe stimolare l'interesse per la lettura in qualche cuore impavido. Se qualcuno dovesse scandalizzarsi per una proposta del genere, faccio notare che lo snobismo nei confronti del genere comico potrebbe proprio derivagli da quel che ha imparato a scuola; eppure “fantozziano” è aggettivo di uso comune, la maschera di Fantozzi è radicata nella nostra cultura e muove a tutti un pensiero, anche solo superficiale, allegro o tragico che sia; il nome di mastro don Gesualdo genera solo un angosciato sospiro.

Pessime letture portano a brutti pensieri, e dallo sputare sangue sulle turbe di Lucia al promettersi di non aprire mai più un libro il passo è breve. E così, alcuni di questi non leggenti non pensanti diventano professori, e continuano a perpetrare la Noia, l'Indifferenza per la cultura. Mi limito alla narrativa perché allargare il dibattito alla poesia lo renderebbe troppo ampio e quasi sanguinario, ed inoltre è già sufficiente per scorgere l'Idea di fondo, la convinzione che i libri siano inutili per vivere, che non riempiano la pancia; la corsa folle verso il piattume intellettuale.

Eppure, settecento anni dopo le parole di Dante continuano a riempire le piazze, impegnano studiosi e ispirano artisti, si appropriano dei nuovi media con uno share da Nazionale di calcio. Senza contare che il pensiero non inquina, mentre i ripetitori tv andranno smaltiti. Tra altri settecento anni, quale ricordo ci rimarrà di Pomeriggio Cinque?

lunedì 4 gennaio 2021

Tra luna e cosce

 Rei Kalaria

Tra luna e cosce,

Si nasconde

la tenerezza che conosce.

Il resto vaga

nel calar della luce

contento di frugar la fama.

Su di un capo chino giù per lo specchio,

tra la poca trama che riflette.

Si sciolse un uomo su per i nodi

e volò via dai pressappochi

Colse un pianto

Penso le rose,

Ruppe lo specchio

Sfiorò le cosce.

Amò gli altri

Sentì fortuna

Tra mille cose

Vide la luna

mercoledì 23 dicembre 2020

AmarArt #1: Siamo senza parole - Atacama

Esordio col botto per la prima rubrica dell'Amaraccio. Con cadenza mensile troverete recensioni di opere e/o artisti della zona. Dato che ho intenzione di parlare solo di cose e persone che conosco, e che non sono un critico, AmarArt rischia di diventare una sorta di consigli per gli acquisti ad alto tasso di autocompiacimento. Ma per questa prima uscita è andata parecchio bene.


Buon per Anna, vorrei anch'io che mi dedicassero un album; specie se è venuto parecchio bene. La prima fatica di Federico Bartoli e Giulio Breschi risulterà per molti una piacevole sorpresa.

Un disco coraggioso, orgogliosamente controcorrente; in quest'epoca di suoni sempre più sintetici gli Atacama se ne escono con un lavoro tutto “suonato davvero”, dove sono gli strumenti a tornare protagonisti. Anche perché, come s'intuisce già dal titolo, stiamo parlando (quasi esclusivamente) di musica strumentale.

“Siamo senza parole” si apre con una cover di Lucio Dalla, da una parte omaggio all'artista e dall'altra subito una chiara dichiarazione d'intenti: quello che state per ascoltare è un disco con una sua personalità ben definita, realizzato con cura e professionalità. Sebbene rimasti orfani del chitarrista e fondatore Sfasci proprio in vista delle registrazioni, gli Atacama sfuggono alla più facile delle tentazioni per chi incide un album strumentale: comporre brani del tutto differenti tra loro, per sfuggire dalla paura di annoiare. Bartoli e Breschi invece rendono riconoscibile il loro sound dall'inizio alla fine, nonostante l'impostazione “collettiva” che hanno deciso di dare all'album. Infatti, per rimpiazzare il chitarrista, si sono affidati a mani differenti in ogni pezzo. Scelta che, alla fine, si rivela quella giusta.

Perché già dalla seconda traccia si comincia a delineare il carattere di “Siamo senza parole”, l'idea di fondo con cui i due hanno costruito il loro percorso musicale. Non starò a perdermi in tecnicismi o citazioni che non mi competono, ma procedendo con l'ascolto alcune peculiarità risultano evidenti.

Anzitutto, siamo di fronte a un disco genuino. Ora, questo è di solito l'aggettivo che si riserva ad un lavoro artigianale fatto da amici. Niente di più sbagliato: siamo di fronte ad un album ben registrato e ben missato. Quello che invece si apprezza, si percepisce, è l'energia dei musicisti, un sound che nasce da un'esigenza personale, da una voglia interiore, che non si piega a logiche di compiacimento o moda; si riesce a sentire il divertimento, e probabilmente anche la fatica, del duo pistoiese, se ne viene trascinati da una traccia all'altra. Molto adatto ai viaggi in macchina a velocità allegre.

È verso la metà dell'album, in quella “Bramo Cireglio” che sfugge all'impostazione da power trio per proporci anche fiati e percussioni, con un andamento da mini suite, che “Siamo senza parole” acquista ancora più corpo: siamo di fronte ad un esordio sorprendente.

Bartoli e Breschi di sicuro, tra le loro influenze, hanno anche gli Steely Dan, ed è così che me li immagino durante l'ascolto. Due MC del ritmo, due costruttori di groove su cui condurre ottimi musicisti, per creare un lavoro sì ampio ma con un'impronta assolutamente riconoscibile, sia che si tratti della delicata “Orizzonti Verticali”, quasi una rock ballad muta, sia che si tratti di lasciarsi condurre alle porte del metal dal Menstruophagist Andrea Pierozzi in “Bagliore”. Per tutto il disco però, nei momenti più duri come in quelli più vicini al fusion o al funky, l'impostazione dei due Atacama è precisa e presente.

Per chiudere, le rime del rapper Davide Calandra sono la sorpresa finale di un ottimo album, spero un punto di partenza per gli Atacama, un biglietto da visita con cui attrarre ingaggi e musicisti di livello per le loro collaborazioni.

Molto curata anche la questione “fisica” del disco, con le fantastiche trascrizioni onomatopeiche delle canzoni.

 

Giudizio finale: non ascolto altro da dieci giorni. ACCATTATEVELO SUBBITO!

martedì 24 novembre 2020

L'uomo di nessuno

Giulio Paci
 
Potrei dire che tu c’eri
E che ci sei sempre stata,
È così che ho scoperto di essere
Solo una verità richiesta

Volevo iniziare parlando di una caffetteria. Mi sono svegliato e ho immaginato di parlare a un cane. Un cane che se ne stava andando. Non so perché una caffetteria, mi piace il caffè, ma non perché io bevo molti caffè. Ho pensato di trovarmi in questo locale, non ho avuto fretta di chiarire a me stesso se esserne il padrone o uno dei clienti seduti al tavolino. Forse perché non aveva importanza. Quello che mi viene in mente è solo un grido, forse una richiesta di aiuto. Quel dire, guardate, sono qui, ho creato questo posto affinché possiate trovarmi e venire da me. So per certo che un invito così non è mai gradito, non è così che si fanno avanti le persone. Inoltre ho il sospetto di non saper chi chiamare, non sapevo a chi rivolgermi. E se fosse stata una donna allora è certo fosse una donna qualsiasi. Quanto di più sincero si trovava in me è quanto più di sbagliato io mi trovo a dover ammettere e prendere per vero. Non c’era nessuno. Nemmeno il cane. Non aprirò mai una caffetteria perché non ho il denaro. E sinceramente, a parte essere diventato, si può dire, uno scrittore, non credo di poter avere altri grandi successi o ambizioni. Un po’ per l’età, ma questa è una scusa che non tiene. Un po’ per errore del prima e dei dopo che non sarò certo io a capire. A poterne assumere la prova. Dunque sono tutto quello che sarei potuto diventare. Comunque, non è per questo che stavo pensando a una caffetteria. Il sottotitolo potrebbe essere l’amore. Ciò che vivo, malgrado la solitudine, ben sapendo di essere un uomo di nessuno.

mercoledì 4 novembre 2020

Aspettando una stella cadente

 

Niccolò Ferri

 

Che bello, dicevi

che bei disegni. Perdonami

In fondo, è solo la mia mano che trema

è la mia mano

quante volte dovrò fare l'alba, ancora

domani e poi domani

e sette altri orizzonti, sempre

vaghi nel colore delle albe per sbaglio

profughi di un altro tradire non corrisposto.

Nel mio torrente infame

galleggiano tra le onde e l'alba

i pescatori di fame e rimproveri

e nel brusio delle altre solitudini

gli altrui disegni e le rabbie da poco

sono lanterne e suoni di campane.

Antichi, sospirati lupi di mare

che additano il porto e l'orizzonte

alle osterie di sottocoperta


Non c'è mai abbastanza rosso

nelle mie poesie


Gli specchi

raccontavano i tradimenti concentrici

ai figli della nostra mala pietà. Noialtri

guardavamo il Cigno passare

si fa per dire, la graziosa agonia

come smemoratezza battesimale

nel frondoso fatalismo dell'arte per forza.

Eppure

la vaga rondine di primavera

imprecava che il momento non era ancora

e che la fine non si sapeva

Col cielo innanzi

la rapsodia dei nostri notturni

parve una novella per bambini

un'amicizia dei piedi e delle mani

o una ninnananna di campo

O forse era soltanto un modo diverso

per non sapere niente

lunedì 28 settembre 2020

C'è un manto lungo di paura

 

 Rey Kalaria

C'è un manto lungo di paura

che dell'uomo, sin dall'alba se ne cura

Ho visto uno

non lo guarda

davanti agli altri se ne vanta

Il manto, gonfio d'orgoglio

s'indurisce, diventa scoglio

ad ogni onda si consuma

Davanti il mare

dentro spuma

“Allora è questo” disse l'uomo

“l'orgoglio a cui giravo intorno”

Sì, son io, sentì rispondere

che t'aspettavi, ali di rondine?

Come neve sugli alberi

sulla pelle io ti peso

Non do coraggio, ma un punto fermo

Vieni con me, seguimi dietro

Danzeremo in cerchio fino all'inferno

martedì 15 settembre 2020

Per tutto quello che dovrei dire non mi basterebbero gli anni per farmi capire

 Francesco Chironi

Per tutti quelli a cui dovrei parlare non mi basterebbero le parole il tempo e l’amore

Potrei sentirmi importante e continuare per ore a raccontare cos’è che mi porta dolore, ma finisco sempre a parlare a un signore che quieto sente il malore come una condizione normale. Saprei scegliere le parole, ma mi manca il colore per disegnare un quadro della situazione generale, ma grazie alle canzoni che sto ad ascoltare riesco per un poco a sentirmi un ladro, a non sentirmi banale. Che poi un po’ banale lo sono lo stesso, qui seduto sul letto a guardare il soffitto, con la buia speranza di trovare il perdono che dovrei dare da anni a me stesso, ma continuo perplesso a guardare al di là della mia situazione attuale. Come un rito da cui non si fugge mi avvito al mio mito, che forte mi regge, e ne faccio una legge che diventa ancestrale, come se la redenzione che voglio perpetuare mi salvi da pensieri che non riesco a placare. Ti fai troppi problemi..” sento urlare da lontano, ma non capisco la fonte, aspetto di capire quella voce da villano cosa intende dire ma ascolto il silenzio come in vetta a un monte. “Non sprecare il tuo potenziale” è la frase ignorante che mi accompagna da quando ero un infante, infatti potrei diventare un ottimo fante a servizio del re che non riconosco, cercando da me la strada che sta dentro a sto bosco senza guide cartine o suggerimenti, per questo molto spesso mi chiedo che ti aspetti? Un tappeto rosso, luci e cospetti? È una scelta che ho fatto, non troppo cosciente quando venne a mancare quel poco di tatto che sarebbe servito a pensare al presente, e non ritrovarmi col passare degli anni a combattere mostri e a riparare danni. Ma quel che è successo ormai è successo, non posso cambiare il tempo pregresso, non posso slegare un groviglio contorto che appresso mi porto da tutta la vita, posso chiederti solo quando sarà finita se poteva esserci un modo diverso, se poteva esserci una via d’uscita e non un circolo vizioso perverso.