Vai col Recovery Plan. Con soli settantacinque anni di ritardo, l'Europa prova a fare l'Unione. Certo, si fossero mossi a tempo debito forse ci saremmo risparmiati decenni di vassallaggio in favore degli Usa, che onestamente mi sfava di averci le testate missilistiche a Vicenza (visto che saremmo un Paese denuclearizzato) o di aver stuprato una gran parte della campagna pisana per farci una base militare straniera. E probabilmente, usciti dalla guerra, avremmo davvero assistito ad un meraviglioso sforzo collettivo di rinascita. Invece, la pioggia di soldi che si prepara ad arrivare adesso somiglia terribilmente ai programmi di aggiustamento strutturale imposti ai Paesi sottosviluppati, ultima frontiera dell'imperialismo, meno evidente ma certo non meno crudele e violenta. Ma non è di questo che voglio parlare; un argomento che mette d'accordo davvero tutti è che una grossa parte dei fondi vadano destinati alla scuola. Così, si parla di sistemare le strutture esistenti (che fanno davvero schifo), di crearne di nuove, di aggiornamenti tecnologici e digitali, insomma di un ammodernamento generale. Di quasi tutto, perché non sento mai parlare di un rinnovo della didattica e dei programmi.
Questa riflessione mi nasce mentre, confinato in collina con ben pochi svaghi, sto raschiando il fondo della mia biblioteca. Adesso ho sottomano gli Indifferenti; grande romanzo, per carità, non ho alcuna intenzione di stroncarlo, per gli argomenti trattati e per l'intreccio non si può non celebrarlo, però via... è una mattonata, ed è pure scritto da cani. E mi chiedo perché lo si studi molto più spesso di Un Amore di Buzzati (è il primo esempio di libro scritto davvero bene che mi salta in testa); perchè di Pratolini o Sciascia non facciano che una rapida menzione solo alcuni intrepidi insegnati. Perché nessuno è venuto a salvarmi da quella boiata colossale del Piacere con uno qualsiasi dei romanzi di Tozzi. Sopratutto perché ci si ostini ad ammorbare milioni di adolescenti con uno studio minuzioso, faticosissimo, insopportabile dei Promessi sposi, il grande romanzo italiano, quando il resto del mondo lo riconosce, a ragione, nel Gattopardo?
Non voglio sminuire nessun autore di quelli canonici; ritengo Verga fondamentale per la nostra letteratura, ma forse sostituire due sue novelle con dei racconti di Fantozzi potrebbe stimolare l'interesse per la lettura in qualche cuore impavido. Se qualcuno dovesse scandalizzarsi per una proposta del genere, faccio notare che lo snobismo nei confronti del genere comico potrebbe proprio derivagli da quel che ha imparato a scuola; eppure “fantozziano” è aggettivo di uso comune, la maschera di Fantozzi è radicata nella nostra cultura e muove a tutti un pensiero, anche solo superficiale, allegro o tragico che sia; il nome di mastro don Gesualdo genera solo un angosciato sospiro.
Pessime letture portano a brutti pensieri, e dallo sputare sangue sulle turbe di Lucia al promettersi di non aprire mai più un libro il passo è breve. E così, alcuni di questi non leggenti non pensanti diventano professori, e continuano a perpetrare la Noia, l'Indifferenza per la cultura. Mi limito alla narrativa perché allargare il dibattito alla poesia lo renderebbe troppo ampio e quasi sanguinario, ed inoltre è già sufficiente per scorgere l'Idea di fondo, la convinzione che i libri siano inutili per vivere, che non riempiano la pancia; la corsa folle verso il piattume intellettuale.
Eppure, settecento anni dopo le parole di Dante continuano a riempire le piazze, impegnano studiosi e ispirano artisti, si appropriano dei nuovi media con uno share da Nazionale di calcio. Senza contare che il pensiero non inquina, mentre i ripetitori tv andranno smaltiti. Tra altri settecento anni, quale ricordo ci rimarrà di Pomeriggio Cinque?