mercoledì 23 dicembre 2020

AmarArt #1: Siamo senza parole - Atacama

Esordio col botto per la prima rubrica dell'Amaraccio. Con cadenza mensile troverete recensioni di opere e/o artisti della zona. Dato che ho intenzione di parlare solo di cose e persone che conosco, e che non sono un critico, AmarArt rischia di diventare una sorta di consigli per gli acquisti ad alto tasso di autocompiacimento. Ma per questa prima uscita è andata parecchio bene.


Buon per Anna, vorrei anch'io che mi dedicassero un album; specie se è venuto parecchio bene. La prima fatica di Federico Bartoli e Giulio Breschi risulterà per molti una piacevole sorpresa.

Un disco coraggioso, orgogliosamente controcorrente; in quest'epoca di suoni sempre più sintetici gli Atacama se ne escono con un lavoro tutto “suonato davvero”, dove sono gli strumenti a tornare protagonisti. Anche perché, come s'intuisce già dal titolo, stiamo parlando (quasi esclusivamente) di musica strumentale.

“Siamo senza parole” si apre con una cover di Lucio Dalla, da una parte omaggio all'artista e dall'altra subito una chiara dichiarazione d'intenti: quello che state per ascoltare è un disco con una sua personalità ben definita, realizzato con cura e professionalità. Sebbene rimasti orfani del chitarrista e fondatore Sfasci proprio in vista delle registrazioni, gli Atacama sfuggono alla più facile delle tentazioni per chi incide un album strumentale: comporre brani del tutto differenti tra loro, per sfuggire dalla paura di annoiare. Bartoli e Breschi invece rendono riconoscibile il loro sound dall'inizio alla fine, nonostante l'impostazione “collettiva” che hanno deciso di dare all'album. Infatti, per rimpiazzare il chitarrista, si sono affidati a mani differenti in ogni pezzo. Scelta che, alla fine, si rivela quella giusta.

Perché già dalla seconda traccia si comincia a delineare il carattere di “Siamo senza parole”, l'idea di fondo con cui i due hanno costruito il loro percorso musicale. Non starò a perdermi in tecnicismi o citazioni che non mi competono, ma procedendo con l'ascolto alcune peculiarità risultano evidenti.

Anzitutto, siamo di fronte a un disco genuino. Ora, questo è di solito l'aggettivo che si riserva ad un lavoro artigianale fatto da amici. Niente di più sbagliato: siamo di fronte ad un album ben registrato e ben missato. Quello che invece si apprezza, si percepisce, è l'energia dei musicisti, un sound che nasce da un'esigenza personale, da una voglia interiore, che non si piega a logiche di compiacimento o moda; si riesce a sentire il divertimento, e probabilmente anche la fatica, del duo pistoiese, se ne viene trascinati da una traccia all'altra. Molto adatto ai viaggi in macchina a velocità allegre.

È verso la metà dell'album, in quella “Bramo Cireglio” che sfugge all'impostazione da power trio per proporci anche fiati e percussioni, con un andamento da mini suite, che “Siamo senza parole” acquista ancora più corpo: siamo di fronte ad un esordio sorprendente.

Bartoli e Breschi di sicuro, tra le loro influenze, hanno anche gli Steely Dan, ed è così che me li immagino durante l'ascolto. Due MC del ritmo, due costruttori di groove su cui condurre ottimi musicisti, per creare un lavoro sì ampio ma con un'impronta assolutamente riconoscibile, sia che si tratti della delicata “Orizzonti Verticali”, quasi una rock ballad muta, sia che si tratti di lasciarsi condurre alle porte del metal dal Menstruophagist Andrea Pierozzi in “Bagliore”. Per tutto il disco però, nei momenti più duri come in quelli più vicini al fusion o al funky, l'impostazione dei due Atacama è precisa e presente.

Per chiudere, le rime del rapper Davide Calandra sono la sorpresa finale di un ottimo album, spero un punto di partenza per gli Atacama, un biglietto da visita con cui attrarre ingaggi e musicisti di livello per le loro collaborazioni.

Molto curata anche la questione “fisica” del disco, con le fantastiche trascrizioni onomatopeiche delle canzoni.

 

Giudizio finale: non ascolto altro da dieci giorni. ACCATTATEVELO SUBBITO!

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