Scheletri di capannoni, rifiuti tossici, edifici fatiscenti
che diventano riparo per disperati. Questo è quel che ci resta del capitalismo.
Questo è quello che significa produrre: lasciare rifiuti alla storia. Ferite
all’ambiente e al paesaggio in cambio di effimera ricchezza per pochi, di reale
e cruda schiavitù per molti.
Una differenza che si acuisce quando l’industria,
inevitabilmente, chiude i battenti. Ai ricchi padroni resta un lauto conto in
banca, in alcuni casi con annessa fuga in paradiso fiscale, ai poveri
dipendenti la disoccupazione ed un bell’ecomostro vicino casa. E scrivo mentre
suonano le sirene per l’allertamento della popolazione, visto che qui a
Marghera c’è un serbatoio di ammoniaca interrato che, se scoppia, ci scioglie
tutti fino a Padova. Grazie, capitalismo.
Certo, mica possiamo tornare al feudalesimo, un tessuto
industriale è necessario per il futuro del Paese: talmente necessario che è in
crisi da trent’anni e ve ne rendete conto soltanto adesso. Basta con questa
barzelletta della crisi iniziata nel 2008, quella è la data simbolo
dell’esplosione di un problema strisciante, radicato nel profondo della
società. Un problema partito dalla fine degli anni Ottanta.
Perché il nostro Paese è rimasto indietro, perché ha perso
competitività? Perché abbiamo lasciato che fossero gli industriali e i
commercianti a decidere. Gli abbiamo permesso di delocalizzare le fabbriche e
mandare la gente a casa, gli abbiamo abbassato le tasse credendo che avrebbero
investito in innovazione, abbiamo distrutto ogni tipo di tutela contrattuale
dei lavoratori, abbiamo fatto condoni su condoni, fiscali ed edilizi.
Consentite ad un industriale di guadagnare di più e lui giustamente spenderà
più soldi in puttane e cocaina, per gli investimenti sul futuro andavano obbligati. Obbligati, cristo santo.
E la differenza è tutta qui: cosa ci resta? Cosa resterà tra
cinquant’anni, sui libri di storia, della Mercatone Uno, della de Tomaso, della
Mivar? Niente. Solo capannoni fatiscenti e tutta una lunga serie di torti e delusioni.
Costruite le fabbriche, arricchitevi trent’anni e avvelenateci per trecento.
Forse sarebbe meglio costruire le scuole. Una fabbrica di
televisioni dura il tempo di un battito di ciglia, una scuola che insegna come
produrle e progettarle crea una generazione di persone consapevoli e
competenti. Se l’Italia, nonostante la crisi trentennale, ancora oggi rimane
uno dei posti migliori del mondo in cui vivere, lo deve all’egemonia culturale
che ha esercitato per secoli sul mondo
intero. Dopo settecento anni ancora si devono inchinare tutti di fronte ai
grandi poeti del Trecento, e lasciamo stare il Rinascimento o facciamo notte. L’arte
e la cultura producono ricchezza, una ricchezza immortale, destinata a rimanere
nella storia, una ricchezza che migliora le
sorti di tutti, una ricchezza sana, non inquinante, che anzi serve da
esempio per le generazioni future. L’arte e la cultura hanno consentito
all’Italia di acquisire prestigio e potere, ecco perché adesso è veramente
spaventosa questa esaltazione dell’ignoranza.
Dopo aver distrutto il tessuto industriale adesso andiamo
all’attacco dell’unico settore sano e funzionante di questo Paese. Cioè,
l’attacco è cominciato tanto tempo fa, dopotutto i nostri investimenti nel
settore sono ridicoli se paragonati con quelli del mondo occidentale, ma
partivamo talmente avvantaggiati che ci siamo permessi, per lungo tempo, di non
rendercene conto. Ma il dramma potrebbe non essere soltanto economico: in un
Paese che non ha identità nazionale, nato per coercizione di un gruppo di
notabili, da subito diviso tra un Nord produttivo ed un Sud da sfruttare,
l’unico sentimento unitario è l’orgoglio delle cose passate. Uccidiamo anche
questo, e poi davvero potremmo diventare un unico grande parcheggio.
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