sabato 1 giugno 2019

Nessun futuro senza cultura


Scheletri di capannoni, rifiuti tossici, edifici fatiscenti che diventano riparo per disperati. Questo è quel che ci resta del capitalismo. Questo è quello che significa produrre: lasciare rifiuti alla storia. Ferite all’ambiente e al paesaggio in cambio di effimera ricchezza per pochi, di reale e cruda schiavitù per molti.
Una differenza che si acuisce quando l’industria, inevitabilmente, chiude i battenti. Ai ricchi padroni resta un lauto conto in banca, in alcuni casi con annessa fuga in paradiso fiscale, ai poveri dipendenti la disoccupazione ed un bell’ecomostro vicino casa. E scrivo mentre suonano le sirene per l’allertamento della popolazione, visto che qui a Marghera c’è un serbatoio di ammoniaca interrato che, se scoppia, ci scioglie tutti fino a Padova. Grazie, capitalismo.
Certo, mica possiamo tornare al feudalesimo, un tessuto industriale è necessario per il futuro del Paese: talmente necessario che è in crisi da trent’anni e ve ne rendete conto soltanto adesso. Basta con questa barzelletta della crisi iniziata nel 2008, quella è la data simbolo dell’esplosione di un problema strisciante, radicato nel profondo della società. Un problema partito dalla fine degli anni Ottanta.
Perché il nostro Paese è rimasto indietro, perché ha perso competitività? Perché abbiamo lasciato che fossero gli industriali e i commercianti a decidere. Gli abbiamo permesso di delocalizzare le fabbriche e mandare la gente a casa, gli abbiamo abbassato le tasse credendo che avrebbero investito in innovazione, abbiamo distrutto ogni tipo di tutela contrattuale dei lavoratori, abbiamo fatto condoni su condoni, fiscali ed edilizi. Consentite ad un industriale di guadagnare di più e lui giustamente spenderà più soldi in puttane e cocaina, per gli investimenti sul futuro andavano obbligati. Obbligati, cristo santo.
E la differenza è tutta qui: cosa ci resta? Cosa resterà tra cinquant’anni, sui libri di storia, della Mercatone Uno, della de Tomaso, della Mivar? Niente. Solo capannoni fatiscenti e tutta una lunga serie di torti e delusioni. Costruite le fabbriche, arricchitevi trent’anni e avvelenateci per trecento.
Forse sarebbe meglio costruire le scuole. Una fabbrica di televisioni dura il tempo di un battito di ciglia, una scuola che insegna come produrle e progettarle crea una generazione di persone consapevoli e competenti. Se l’Italia, nonostante la crisi trentennale, ancora oggi rimane uno dei posti migliori del mondo in cui vivere, lo deve all’egemonia culturale che ha esercitato per secoli sul mondo intero. Dopo settecento anni ancora si devono inchinare tutti di fronte ai grandi poeti del Trecento, e lasciamo stare il Rinascimento o facciamo notte. L’arte e la cultura producono ricchezza, una ricchezza immortale, destinata a rimanere nella storia, una ricchezza che migliora le sorti di tutti, una ricchezza sana, non inquinante, che anzi serve da esempio per le generazioni future. L’arte e la cultura hanno consentito all’Italia di acquisire prestigio e potere, ecco perché adesso è veramente spaventosa questa esaltazione dell’ignoranza.
Dopo aver distrutto il tessuto industriale adesso andiamo all’attacco dell’unico settore sano e funzionante di questo Paese. Cioè, l’attacco è cominciato tanto tempo fa, dopotutto i nostri investimenti nel settore sono ridicoli se paragonati con quelli del mondo occidentale, ma partivamo talmente avvantaggiati che ci siamo permessi, per lungo tempo, di non rendercene conto. Ma il dramma potrebbe non essere soltanto economico: in un Paese che non ha identità nazionale, nato per coercizione di un gruppo di notabili, da subito diviso tra un Nord produttivo ed un Sud da sfruttare, l’unico sentimento unitario è l’orgoglio delle cose passate. Uccidiamo anche questo, e poi davvero potremmo diventare un unico grande parcheggio.

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