mercoledì 1 aprile 2020
IL BACIO
Aspettò un’ora che lei arrivasse. Con se già qualche birra gli faceva compagnia e bevendo ricordava che non l’avrebbe rivista, ma poi quel pensiero scompariva. Almeno quella sera, aveva fatto le cose in una giusta maniera. Era vestito bene, le aveva dato appuntamento ad una chiesa. Restò in piedi, perché non lo trovasse in una posizione poco avvenente, per dimostrare che era un uomo che sapeva aspettare e darsi delle regole. La sera in cui l’aveva conosciuta infatti era ubriaco. Nel locale davano buona musica. Lui le stava dietro e sentiva i loro corpi toccarsi nell’oscillazione dovuta alla circostanza. Fuori, non riuscì a non abbracciarla, i suoi amici si innervosirono subito. Lei, costretta a divincolarsi si manteneva tranquilla senza alzare la voce, ridendo, cercando solo di spiegare che non le faceva piacere. Non c’era altro modo per lui che rincorrerla e abbracciarla di nuovo, voleva vincere quell’indifferenza, ma tra tutti non era riuscito a creare quel piacere di stare assieme che lo avrebbe potuto rendere un uomo interessante. Ubriaco, si diceva, sei solo uno sporco ubriacone. Dovette anche ricevere l’umiliazione di un ragazzo meno forte di lui che con calma e gentilezza lo fermò appoggiandolo al muro di una casa li di fronte. Non aveva usato molta forza, avrebbe potuto librarsi facilmente e dargli un pugno per la sua sfrontatezza. Però, le parole, benché severe, tutto dicevano tranne che avrebbe desiderato lo scontro. Perciò si lasciò umiliare e appena il ragazzo mollò la presa ricominciò più di prima a inseguire la donna. Le doveva delle scuse, per questo le aveva dato appuntamento, giurando che non si sarebbe dato pace finché non avesse riscattato la propria immagine. Lo sapeva fare, non credeva di essere uno sconsiderato, men che mai un maleducato. Sapeva che non sarebbe venuta all’appuntamento, per questo si era portato con se delle birre, per ingannare il tempo, piangersi un po’ addosso, almeno quello, quello serviva a ricordare, a chiedere scusa, a calmarsi l’animo da solo. Sarebbe stato un uomo diverso, forse, un giorno. Ma certo non avrebbe smesso di bere. Infatti aveva già bevuto tre bottiglie, in attesa. Ormai non sarebbe più stato in grado di far niente. Ci ho provato, riuscì a dirsi. Ma qualcosa moriva insieme a quelle parole, l’occasione perduta aveva in se un’immagine del mondo che lo considerava appena per quello che credeva soltanto lui di riuscire ad essere. La sua abitazione era piccola. Le sue vesti poche. Aveva a malapena di che cibarsi. Però sapeva leggere, studiare, pensare. Era un buon pensatore. Questo credeva un giorno avrebbe dovuto pur valere qualcosa. Non era senza istruzione, e qualcosa credeva di averla capita. Perciò non gli riuscì difficile ubriacarsi solo davanti a quella chiesa sperando arrivasse una donna che sapeva non sarebbe arrivata. Non c’era inganno dell’illusione. La delusione serviva ad andare avanti. Niente è più forte della delusione, credeva. Per questo si sogna, si vive, si ama. Si guardò l’ultima volta intorno, con aria di sfida, quasi scherzando con gli occhi una distanza che non c’era. Un ultimo sguardo, una smorfia, testa china e camminare in cerca di qualcuno, per non sentire il dolore che era nato. Sulla delusione si può agire da soli, sul dolore è diverso, pensò. Sul dolore non si può far niente. Può esser solo lasciato vivere, moltiplicarsi. Il dolore è il senso più puro dell’amore. Il dolore si che avvicina le persone. Camminò per le strade vuote appena fuori dal centro, arrivò ad un locale che la sera aveva sempre qualcosa di buono, buona musica, persone come a lui. Che come lui abitavano il mondo da soli. Arrivò ciondolando un poco. Una donna con i capelli rossi e un vestito a fiori stava seduta fuori, bevendo da una borraccia vodka mescolata a qualcosa di dolce. Era molto più grande di lui. Appena lo vide gli chiese di sedersi con lei. Lui le sedette accanto. Mi chiamo Laura, disse, con le parole che a stento le uscivano dalla bocca. Giulio, rispose. Ciao, Giulio, sono ubriaca. Anch’io. Mi fa piacere, insistette la donna, guarda. La donna prese la mano del ragazzo e se la avvicinò al petto. Il ragazzo pensò fosse troppo vicino, e sfilò la mano velocemente. Ti volevo far toccare le mie collane. Guarda, me le ha regalate il mio ragazzo. Purtroppo ci siamo lasciati, ora vive in Thailandia. Uno è un cuore, vedi com’è rosso? Questa invece sembra una pera, anzi forse queste sono gambe, un culo, un corpo, una testa. Le cadette la borraccia di mano piegandosi troppo sulla sedia. Il ragazzo la raccolse e gliela rese con gentilezza. Sono belle, ti piacciono? Chiese la donna. Si, molto, rispose il ragazzo. Ti piace il mio vestito? Sono molto brutta, non è vero? No, hai capelli rossi e un vestito a fiori. Come sei carino, grazie, un bacio. La donna si pose le dita sulla bocca a fatica e poi gli mando un baciò chiudendo entrambe gli occhi. Il ragazzo sorrise. Non trovando niente da dire, si alzò e cercò di entrare dentro il locale per prendere da bere. Ma la donna lo fermò. Te ne vai? No, prendo solo qualcosa da bere. Resta qui con me, ti prego. Va bene, rispose il ragazzo, cercando di mantenere la voce bassa, d’essere cortese, cercando di essere tranquillo per che lei non si dispiacesse. Si sedette. La donna aveva una scollatura. Le si vedeva il seno e a Giulio gli occhi si fermarono per un secondo proprio in quel punto. Proprio nel momento in cui la donna si voltava verso di lui a guardarlo. Cercando di non creare imbarazzo guardò per terra. Ma capì subito che non era stata una buona idea. Ti piaccio? Chiese la donna. Il ragazzo non rispose, poi disse: certo! La donna lo guardò sorridendo. Vorresti toccarmi. No. Scusa, non sono il tipo. Lo so che non sei il tipo, volevo solo scherzare. Però mi piacerebbe darti un bacio, disse la donna. Il ragazzo guardò per terra. Mi dai un bacio, chiese ancora la donna. Tieni, le rispose. Giulio si avvicinò e le dette un bacio. Grazie, rispose la donna. Ora devo andare. Sono ubriaca ed è tardi. Giulio si alzò insieme a lei. Restarono in piedi l’uno di fronte all’altro per qualche secondo. Non dissero niente. Cos’altro potevano dirsi, era già stato detto tutto. La donna fece un inchino. Giulio, ripete il gesto. Addio. Addio. I due presero strade diverse, Giulio prese la strada verso casa, camminando sentiva ancora il profumo della sua bocca sul viso.
domenica 29 marzo 2020
Una lista di belle cose.
Rey Kalaria
Mi piace il silenzio
Mi piace trovare la luna di giorno
Mi piace toccarmi la barba
Mi piace l'odore della terra dopo la pioggia
Mi piacciono le ore tolte al sonno
Mi piacciono le persone, da lontano di più
Mi piace svegliarmi a fatica
Mi piace pensare a ruota libera
Mi piacciono le olive
Mi piace la frutta acerba
Mi piace il formicolio sulla pianta del piede, dopo tanto tempo in piedi
Mi piace strizzare gli occhi e guardare il sole finché posso
Mi piace bere l'acqua a garganella
Mi piace fischiettare
Mi piace il blu
Mi piace il fastidio della pioggia, a gocce grosse, sulla schiena
Mi piace la sensazione di pausa gravitazionale, in macchina, a cavallo tra la salita e la discesa
Mi piace la levigatura profonda al confine tra l'iride e la pupilla
Mi piace giocare a calcio, spesso
Mi piace tanto giocare a palla
Mi piace il tentativo di sguardo
Mi piace lo scricchiolio del ghiaccio al contatto con l'amaro
Mi piace la lotta alle tristezze che s'intravede nella felicità delle persone
Non mi piace, nei momenti di squilibrio tra la leggerezza del mio essere e la pesantezza dell'anima, sentire il rumore delle vite che si spezzano intorno al globo
Non mi piace.
venerdì 27 marzo 2020
Uomo creatore di oracoli
Francesco Chironi
Uomo creatore di oracoli
Sfrutti il sapere universale
Deleghi la tua ombra
Alla ricerca del tuo corpo
Crei il sapere dal sapere
E l’ignoranza dall’ignoranza
Riempi un pieno stracolmo
Affamato ingrato
Raschi il fondo e ti graffi
Cambi il tempo spensierato
E lo getti nel pozzo
Usi mani da incudine
Abusi i meriti di nostra madre
mercoledì 25 marzo 2020
Delirio del 19/06/2016
Marco Landucci
Vasco
Le sbornie
Le acquate
Sentirsi ogni tanto un po' hipster
Le serate flop
Le fie random
Le serate devasto
Le paranoie
Siamo già a Pistoia?
Le fie da paranoia
Ragioniere batti?!
Me la metto la camicia?
C'è una festa a Firenze
Mi sono innamorato
Facciamo una bevuta poi le chiedo il numero
Ho il ruzzo
Ce l'hai posto in macchina?
Sì ma vado a sentire il reggae
Esco con una
Che ansia
Le chiavi di casa
Skippa
T'ho fatto un cd
Passala
Son cotto
Bona lei
Ancora una volta l'alba
Ne deve valere la pena
Un'altra Ceres?
Volano gli uccelli volano
Fratello
Drummino accendino
Voglio smettere
Incontri scontri rimorsi e ricorsi
Morsi sul collo
Non voglio crescere mai
Andiamo a un concerto
No cash c'è solo il letto
Fratello l'ho già detto
Via bona che palle
domenica 22 marzo 2020
La saga di Loris #2
Il Ciarlatano
Loris unn'è colpa nostra
è che per farti respira'
sai quanto ci costa?
Te tanto sei lì vicino al finale
e ogni giorno per noi
è un'altra cambiale
Loris si vede che sei tanto stanco
nemmeno ti si conta
quando si more in branco
Tanto ormai un tu servi a una sega
La tua anima fine come un filo di seta
E' che a noi ci faresti un favore
sai noi abbiamo parecchio a cui rinunciare
Secondo te posso fare a meno
di un ano bianco o un'ottava di seno?
O una bici d'oro e d'argento e di diamanti i pedali
che vale più o meno 3/4 ospedali?
Automobili grosse che vanno veloce
che ti levano il respiro, l'aria e la voce
No Loris spiacente un ce la sentiamo
preferiamo mori' che darti una mano
Poi tanto hai fatto la guerra
ora riposati un po' lì,
lì sotto terra
Ma ti ricordi di Loris,
quello basso un po' tondo?
Sì ma m'importa una sega
tanto un'era il mi nonno
mercoledì 18 marzo 2020
CANTO DEI BRIGANTI
Niccolò Ferri
Torna la bruma, è nuovamente sera.
Ritorna Cesare eroe trionfante, gloria
d'obelischi su cui ne' sangue sarà
ritratto
ne' ricordo mai di martiri contro il
tempo
E poi c'eravamo noi, sepolti
tra le cartoline venute da lontano
dalle mani di amici, dal cuore
dell'Europa
dalle valli scheletriche di forestieri
senza vittorie ne' fotografie
dai volti secchi.
C'eravamo noi, cavalieri ultimi
di questa Storia dei ricordi brevi
a spaccare le armature gusci di noce
a arrotondare i pugnali contro i lampi
della credulità
ai cippi di pietra grezza che le
memorie offrirono al camposanto
e ai draghi di muschio, freddi
fiamme del bosco.
E cavalieri ci chiamammo, e ci
chiamarono
perché alla guerra c'invocò
la Musa. Il patimento degli sconfitti
secolari
fu la nostra moira fra i frastuoni
degli amori persi, ricordi
che se ne vanno con la marea alta.
E ci sentimmo certo soli, al dolore
riconciliati dal dolore e dalle canzoni
che certo più tristi delle nostre nubi
c'incalzarono, di modo che ci dissero
briganti
e ciò che rubavamo non era, in fondo,
che una vita
questa vita che non è molto, e in cui
le divise sono già d'avanzo
Ed era ovvio per noi, nudi, vederne la
follia
lunedì 16 marzo 2020
LIBRI DEL PASSATO
Giulio Paci
Certi
libri esisteranno solo nel passato. Altri saranno nuovi libri. Questo vuol dire
che è memoria ormai comune, la guerra, le feste dei cabaret, le passeggiate
lungo il fiume, i vicoli delle donne, i vicoli delle cacate. Sono certo cose
che continuano ad esistere. Un tempo c’erano le partenze. Poi le morti. Ora
stiamo tornando, e stiamo consigliando a tutti di tornare. Oggi però ci occupiamo
del giorno, come un giorno successivo ad un altro. Oggi è l’abitudine ciò che
risulta vero, quel che suggerisce le parole a chiunque indossi una penna. Per
questo non serve parlar di niente se non grazie alla poesia. Per avere ancora
un’idea del tempo come tempo che scorre, come tempo che esiste. E non sia l’uomo,
un uomo del ritorno alla casa, ma ogni uomo la casa di cui l’uomo ha bisogno.
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