mercoledì 27 giugno 2018

Un anno dopo. In risposta a Lorenzo Vannucci sulla Gazzetta di Pistoia.


È passato un anno, egregio sig. Vannucci, ma del vento del cambiamento non s’è avvertita nemmeno una leggera brezza (se non il gelo che ha accompagnato alcune recenti esternazioni del nostro primo cittadino). È passato un anno e, come dimostra il suo articolo (dal tipico stile popolaresco e puerile), ancora non ve ne siete accorti: non c’è più alcuna necessità di questi toni da campagna elettorale. Ci sono affermazioni, nella sua sviolinata al Sindaco, che vanno dall’assurdo al gravissimo. Andiamo con ordine.
“La città ha guadagnato due spazi verdi”: vero. Il plauso, però, va rivolto all’amministrazione precedente. Perché Tomasi avrà pure messo da parte quel principio di competenza che lei definisce “odioso” (che non stabilisce certo il Sindaco quanto le Leggi, queste sconosciute all’italica destra), ma senza dubbio si è dimostrato un mago nell’arrogarsi meriti non propri. Inoltre, più volte lo si è sentito ripetere il mantra “non è di nostra competenza/la colpa è di quelli prima” tanto caro ai politici di tutti gli schieramenti.
Siamo partiti dalle cose semplici, sì, e lo abbiamo fatto male, creando una serie di disagi senza precedenti. Chissà quanta di questa farina (mi si consenta la metafora, dato il lavoro del self made man… nell’azienda di famiglia) viene dal sacco dell’assessore Bartolomei, vero esempio di coerenza politica, già trombato alle primarie Pd ed alle comunali di Marliana (in quota Lega) nonostante l’appoggio diretto di Salvini.
Signor Vannucci, lei sostiene di essersi occupato di edilizia scolastica. Due considerazioni: la prima, la più triste, è che fino a quel punto della sua sottospecie di proclama elettorale la credevo un giovanotto esaltato da quest’ondata di neofascismo, ed invece deve avere raggiunto l’età della ragione; la seconda è che, probabilmente, la sua è soltanto l’ennesima balla: anche il sottoscritto si è occupato di edilizia scolastica, ed ha sempre trovato aperta la porta del Sindaco Berti prima, e del Bertinelli poi… mentre non ho memoria di nessun Lorenzo Vannucci a questi incontri. Ma può darsi che mi sbagli, che sia appena uscito dal Liceo e creda contino qualcosa le rappresentanze studentesche…
Ma è nell’ultima parte, egregio Vannucci, che si raggiungono i toni del delirio. Tomasi ci ha restituito la libertà dopo settant’anni, ha garantito il pluralismo, ci ha liberati da un “retaggio culturale” obsoleto, quasi osceno, “che ci voleva tutti uguali” (almeno i principi fondamentali della Costituzione se li legga, per cortesia, se vuole fare questo mestiere). Sta forse insinuando che i pistoiesi per tutto questo tempo non hanno scelto liberamente d’essere amministrati dalla sinistra? Sta forse insinuando che i suoi concittadini per settant’anni sono stati stupidi, ciechi, ottusi? Ma lei ha una vaga idea di come funziona la democrazia? Probabilmente sì, ma probabilmente non le piace, come alla gran parte del suo schieramento ideologico. Le sue sono parole che, se fossero supportate da un qualche barlume d’intelligenza e di ragionamento, suonerebbero estremamente offensive. Per fortuna sono solo stupide.

Ps: ritengo inopportuna la presenza istituzionale alla giornata del ricordo. Quelle persone meritano d’essere compiante come vittime di una guerra, della più terribile tragedia del mondo moderno, nella quale però furono loro stesse a farci precipitare, trascinando nel dolore, nella disperazione, nell’angoscia una Nazione intera. Quelle persone che, ancor prima dello scoppio delle ostilità, avevano usato la violenza, la persecuzione giuridica, l’esilio e perfino l’omicidio contro i loro concittadini, rei di esprimere idee politiche divergenti. Quelle persone non meritano di essere definite miei connazionali.
Ha citato viale Matteotti: beh io lo preferisco pieno di crateri ma percorso da gente cosciente di ciò che è la nostra Storia Patria, piuttosto che liscio come un biliardo al servizio dei pattinatori dell’ignoranza.

mercoledì 6 giugno 2018

L'uomo che aveva smesso di sognare. 15/04/2014

L'uomo che aveva smesso di sognare giocherellava con l'evidenziatore. Ancora una volta si era dimenticato di portarsi qualcosa da leggere, per far scorrere la normale noia del suo normale lavoro. Era infelice, l'uomo che aveva smesso di sognare, proprio a causa della mancanza di sogni: non aveva più ambizioni per sé o fiducia nel prossimo, e non sognava nemmeno la notte. L'uomo che aveva smesso di sognare viveva per inerzia, in un costante immobilismo dal quale non riusciva ad uscire, perché per scuotersi ci vuole un motivo.

L'uomo che aveva smesso di sognare era anche angosciato: lui che era stato un sognatore di prima grandezza, un'immaginazione anche troppo fervida, adesso sentiva solo le pareti vuote della sua mente. Dicono che in casi del genere succeda sempre così. L'uomo che aveva smesso di sognare stramalediva le donne, il tempo ed il governo, ma in fondo sapeva che la colpa era soprattutto sua, che ognuno ha un numero limitato di sogni e che non bisognerebbe bruciarli tutti per incostanza, per pigrizia o per sfortuna. Questo lo deprimeva ancora di più.

L'uomo che aveva smesso di sognare si sentiva solo, e dire che accanto aveva un'anima bella, un'anima di sognatrice capace, qualche volta, di riaccenderlo, di trasferire a lui non i suoi sogni, ma la speranza di sognare ancora. Era stupendo. Peccato che l'uomo che aveva smesso di sognare, a ben vedere, stesse in realtà togliendole quella capacità. Non sognava mai, e lei doveva spendere le sue energie per i suoi sogni, e per aiutare lui a riscuotersi. Si sarebbe bruciata, l'uomo che non sognava mai lo sapeva ma non ce la faceva a dirglielo, lei che era rimasta incantata dai sogni che le dipingeva ancora ne sentiva forte il ricordo, ancora sperava di sentirlo sognare di nuovo.

Guardava fuori, l'uomo che aveva smesso di sognare, guardava una giornata frenetica di rate da pagare, pacchi da consegnare, cantieri da finire, e non provava più empatia per i lavoratori come lui, non lottava più per migliorare il mondo circostante; anzi cambiava idea di continuo, salvo poi arrabbiarsi per la sua incoerenza. L'uomo che aveva smesso di sognare non riusciva nemmeno a diventare opportunista.

L'uomo che aveva smesso di sognare aveva perso anche la dignità. L'uomo non era più.

Accorgersi di sé in netto ritardo

Ho giocato per anni coi sentimenti delle persone. Spesso inconsciamente, anzi è più corretto dire che li ignoravo o non ero proprio in grado di capirli. Perché ero completamente indifferente ed insensibile ai miei. Ho vissuto nella totale noncuranza del mio essere, indirizzato lungo i binari del giusto e del socialmente accettabile manco fossi uno dei primi seguaci di Lutero, misurando la mia meschina nullità col potere che avevo sugli altri, su quanto sarebbero stati disposti ad amarmi nonostante ricevessero in cambio falsità e dolore. Agivo e pensavo non per mio volere, ma per imposizione esterna o, peggio, per inerzia; senza riflettere sul fatto che, mentre tutto mi scivolava addosso, negli altri avrebbe potuto provocare reazioni di vario tipo.
Un talento naturale di attore, così bravo da ingannare se stesso, convinto d'essere anche regista e sceneggiatore quando invece della mia esistenza ero a malapena una comparsa. E lanciavo strali di onestà, lealtà e verità a chi voleva starmi intorno, un po' per quest'inganno, un po' cosciente di fare violenza al mio vero essere, pur senza sapere chi fosse costui né se l'avessi potuto trovare da qualche parte, dentro di me, in qualcuno o in 20 euro dati ad una nigeriana.
Scoprire, o perlomeno accettare di aver saputo, di essere un'altra persona, a 25 anni, è stata una bordata mica da poco. E da solo non ce l'avrei mai fatta, quindi anche se ti ho odiato tanto per il modo forse la violenza morale era necessaria; e poi, una piccola vendetta per tutta quella che avevi subito ci stava.  Mi sono chiesto spesso perché tu mi avessi lasciato... adesso mi chiedo come mai non tu l'abbia fatto prima. Forse riuscivi a vedere sotto la scorza del personaggio che mi ero costruito, forse mi conoscevi meglio di quanto mi conoscessi io (anzi, sicuramente): ed i ricordi di quando mi sentivo un tutt'uno con me stesso, e di quando riuscivo ad amarti senza sotterfugi, me li tengo stretti e dolcissimi. Per il resto, il mio meccanismo di rimozione procede senza soste e senza sconti; sono una persona che non ricorda, perché sono una persona che non si è vissuta.
Quante volte avrei voluto urlare che ti amavo, che fregacazzi di come va il mondo a me interessa soltanto di noi due, che le persone hanno anche dei difetti (già, ho scoperto di non essere infallibile) e che è anche quello che ce le fa amare; quante volte ho sacrificato la felicità sull'altare dei programmi futuri. Adesso vorrei aver vissuto tutti quei momenti in cui il cuore mi scoppiava di noi ma facevo il possibile per metterlo a tacere. Bell'idiota, nessuno me li renderà.
Ed anche credere di poter recuperare è stata una stronzata. La felicità non la vendono un tanto al chilo, non è che si accumula, che puoi dire ho passato anni a non essere me stesso ed adesso mi riprendo tutto di colpo. Si rischia di fare peggio, che essendo la mia specialità è quel che son riuscito a fare meglio, dopo aver preso coscienza di me.
Sembra una vendetta del mio subconscio: mi hai ingannato per anni? Hai vissuto solo di superego? Bene, ora ti faccio spurgare tutte le pulsioni represse. Contro di te, ovviamente. Come se non fosse un colpo abbastanza grosso da reggere conoscersi a 25 anni. Immagino che di solito si prenda coscienza di sé almeno una quindicina d'anni prima.
Non ci sono tappe da bruciare, emozioni da recuperare o da rivivere meglio, c'è solo tutto quel che ho buttato a male credendo in cose che non mi appartenevano. C'è solo il rimpianto di essersi sprecati per non voler capire chi fossi. Ma il rimpianto non aiuta, e neanche la reazione infantile e brutale.
Perché quella strada comunque la stavo percorrendo con passione, una passione eterodotta d'accordo, ma viva; non credevo in quel che facevo, ma lo facevo credendoci. Poi, ho passato due anni a sprecare tempo pensando che tutti gli anni precedenti fossero tempo sprecato. Due anni di angosce, di terrore, ritrovatomi in mezzo ad una strada (anche letteralmente) senza capire come mai fosse quella, la strada, e come ci fossi arrivato. Bum, di colpo, eccomi.

martedì 25 marzo 2014

Di come dei vecchiacci condizionano il nostro futuro.

Tirare a campare, ha ragione Daniele Silvestri, non è più né divertente né originale. Leggendo i giornali, o anche semplicemente guardandosi intorno, si nota un Paese sfiduciato, incapace di programmare un futuro. Fin quando la morale comune sarà intenta a salvaguardare solo il proprio orticello, sorda ai bisogni altrui, delle generazioni successive da essa stessa create, non potrà esserci progresso; e questo si riflette alla perfezione nei signori del Parlamento: perché prendersi la briga di risollevare le sorti dell'Italia, quando possono comodamente galleggiare nelle loro meschinità? E tutto ciò viene loro concesso, giacché altri al loro posto farebbero uguale.
Chi dice che il lavoro non c'è ha torto, ma quegli impieghi mai li farebbe. Io, smessa l'università dopo un solo esame, ho subito al massimo tre mesi di disoccupazione, a patto di accettare ogni mansione, umile, sottopagata, con contratti ben oltre il limite della decenza e della legalità; col senno di poi non lo rifarei: anni di sacrifici e poi nessuno è disposto ad investire su di te, a riconoscerti meriti anche evidenti; sei solo un numero da sfruttare e poi avanti il prossimo, tanto la legge lo permette (o il mercato ti costringe). E così turni di quattordici ore, natali, pasque e capodanni  a lavorare, m'hanno reso più cinico e menefreghista, più stronzo e cattivo; la rabbia, la stanchezza, la mancanza di tempo e gli stipendi sempre troppo bassi si sono mangiati tanti amici, tanti progetti, l'impegno politico e la mia passione giornalistica.
Dei miei sogni ho completamente perso le tracce: come faccio a coltivarli, se i soldi che guadagno non mi bastano nemmeno per la benzina necessaria per andare a lavorare? Del denaro non m'importava nulla, adesso son costretto ad adorarlo come un dio lontano e misterioso.
Ed allora cominci a pensare che forse è tutto studiato, apri gli occhi a poco a poco ed il mondo ti si mostra diverso: diventa evidente che chi esercita il potere non ha il minimo interesse verso gli altri, specie i giovani. Ci sono prove enormi. Quante volte, discutendo di politica, avete trovato soluzioni ovvie e facili a problemi che si trascinano da anni? Una marea. Chiunque è in grado di comprendere quanto, nel nostro Paese, i costi della politica siano sproporzionati, o come non si faccia niente per incrementare il turismo (e potremmo campare solo di quello!). Tutto questo è programmato nei dettagli. Chi ci governa ci vuole intontiti, sfiduciati, incapaci di pensare al proprio futuro, alle proprie aspirazioni, perché assorbiti dalla lotta per la sopravvivenza. E come può un popolo ribellarsi seriamente se non ha più niente da chiedere, se non crede in niente, se non ha identità?
Cominciano presto, a distruggere la tua dignità di uomo. Dalla scuola, per esempio, istituzione fatiscente perpetrata in edifici fatiscenti, la cui funzione educativo-istruttiva è messa sempre più a rischio da ogni nuova riforma che la riguarda. Come posso imparare il rispetto per ciò che ho intorno, se c'è il rischio che mi crolli addosso? Cosa mai apprenderò da un corpo docente svilito, continuamente impoverito di strumenti e programmi, oppure smaccatamente rubastipendio? Strutture del tutto fuorilegge, laboratori che cascano a pezzi... ma tanto non ce n'è più bisogno, avendo la Casta, con le ultime riforme, tolto ogni senso agli istituti professionali e tecnici, trasformandoli di fatto in baby sitter a buon mercato, prima di lanciare i giovani allo sbaraglio in un mondo che non offre loro niente. Perché non glielo vuole offrire.
Manca lo scontro generazionale, perché ai più giovani è stata tolta la capacità di elaborare una propria visione del mondo e cercare d'imporla: ed è da questo scontro, tra la versione attuale e quella possibile, che emergono le soluzioni migliori per il futuro. Adesso, invece, loschi figuri da tempo destinati alla pensione sono riusciti a condizionare le sorti di molte generazioni a venire. Ed è palese che le loro idee non sono quelle giuste, che portano solo disuguaglianza sociale, ma certo non saranno loro stessi a modificarle, come invece continuiamo stupidamente a pensare.