martedì 31 luglio 2018

Apartheid culturale


C’è un’aria che manca l’aria. Gaber, come spesso capita ai poeti autentici, c’era arrivato anni prima, passando per allarmista, retorico, infausto cantore della sua prossima fine.
E invece eccoci. E non è solo questione di razzismo, ma d’odio e d’ignoranza, che poi ne sono le componenti fondamentali. Le colpe vengono da lontano e tante, troppe, sono quelle della sinistra, prima fra tutte quella d’aver insediato un corpo docente, figlio del ’68, d’ignobili scansafatiche, di inetti, di persone adatte a tutto meno che a formare dei giovani; uno stipendio statale per tutti, e tutti contenti.
Come pensavate che potessero venire su, questi giovani, adesso quaranta/cinquantenni (Salvini quanti ne ha? Sarà un caso?), cresciuti a promozioni regalate e un bel 36 alla maturità? Il pensiero di chi avrebbe dovuto istruirli era levarseli dai coglioni al più presto, anche perché quasi sicuramente non avrebbero avuto niente da insegnare. Adesso i social ci stanno dando le dimensione della loro ignoranza, e fa paura.
Solo che il silenzio è uguale a morte. Eccola, l’altra grande colpa della sinistra: aver cessato di esistere. A forza di rincorrere i voti di un Paese che di sinistra non è, invece di rimanere ferrea sulle sue posizioni, ha sbiadito sempre più i suoi toni e colori, fino a sparire. Invece dell’opposizione dignitosa s’è lasciata sedurre dal potere (ah no, scusate, questo il Pci l’ha sempre fatto, ma guai a dirlo eh), è scesa a patti col nemico, ha regalato un potere immenso a Berlusconi. E la gente che di sinistra era davvero s’è sentita ferita e abbandonata. Ha chiuso la bocca e poi anche il cervello, reagendo nel peggiore dei modi: si lamentava che il Pd non era abbastanza di sinistra, e ha votato più a destra. Ma non voglio fare un’altra pallosa indagine sociologica di questo buffo fenomeno.
Ricordo che da piccolo c’era un signore, all’edicola del paese, che comprava il Giornale e lo ripiegava di modo che non si vedesse che quotidiano era. Un giorno dietro di lui c’era Antonio il boscaiolo che urlò forte: “A me tu mi dai il Manifesto, ma dalla parte che si veda bene il che è, perché io sono comunista e di certo non me ne vergogno”. Questa situazione si è capovolta in pochissimo tempo. E intendiamoci, i coglioni nostalgici derDucie son sempre esistiti, solo che prima se ne guardavano bene (salvo qualche raro antieroe masochista) dal manifestarlo pubblicamente.
Il fatto che molti degli episodi d’intolleranza di questi giorni si siano verificati nella periferia romana è sintomatico: in quei luoghi da sempre fermenta il neofascismo. Guarda caso, sono periferie degradate, in cui regnano l’ignoranza e la delinquenza. Ma fino a pochi anni fa se ne stavano chiusi nei loro garage, fra le moto rubate, a strafarsi di crack e a prendere la setticemia con dei tatuaggi orrendi. Adesso, si sentono legittimati a mettere in pratica la legge del più forte.
Ecco, nei confronti di questa gente sono razzista anch’io. E ho la pretesa d’esserlo molto più di loro. Ma, di preciso, chi sono “loro”? Gli ignoranti. Questa plebaglia che non sa le tabelline e non riesce a comprendere un testo semplice come quello che sto scrivendo, che pretende di avere più diritti di tutti quelli che non la pensano (ma pensano davvero?) come loro, siano i froci, i negri, gli storpi ecc. ecc. Questa gente che si lamenta che “ci rubano il lavoro”: oh nini, se ti porta via il lavoro un disgraziato venuto da 10000km che non sa la tua lingua, non ha una casa e un soldo in tasca vuol dire che vali meno di zero.
Anzitutto, non voglio che la mia cultura d’italiano, e ancor prima di toscano, sia infangata da questi analfabeti cerebrolesi. Pensare che uno straniero possa accomunare questi encefalogrammi piatti e me, come comuni discendenti di Dante o di Boccaccio, mi fa rabbrividire. Pensare che questi ectoplasmi neuronali si sentano addirittura più italiani di me, che sfruttino il Rinascimento come giustificazione del loro stupido patriottismo, mi fa orrore. Non posso tollerare che il resto del mondo pensi che abbiamo le stesse radici culturali. Non è così.
Si sono inventati la Padania? Bene, diamogliela. Che si chiudano là, ma che lo facciano per bene, e sul serio. Solo veri Italiani. Niente negri da sfruttare in agricoltura, niente muratori albanesi a fare i lavori a nero, niente puttane dell’Est sulle strade. Niente elettrodomestici cinesi. Niente macchine tedesche. Che si realizzino la tanto agognata autarchia. Vanno ghettizzati. Lasciati marcire in quella piana di merda.
E, beninteso, tutta la roba realizzata dagli stranieri gli deve essere usurpata. Le terme euganee o l’arena di Verona son roba romana, e allora o pagano un affitto allo Stato italiano oppure gliene vietiamo l’accesso e lo sfruttamento. E la storia di Romeo e Giulietta? Lucrare sulla fantasia di un extracomunitario?!?! Ma siamo impazziti?

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